Attualità
Con quante Niscemi conviviamo?
Italia: Paese carico di cultura e di storia, dunque, ma fragile dal punto di vista territoriale e idrogeologico
“Quante Niscemi dovranno accadere prima di assumere coscienza collettiva che un piano straordinario di manutenzione del territorio è la prima opera pubblica di cui c’è bisogno?”. Lo ha chiesto provocatoriamente e pubblicamente qualche giorno fa Francesco Vicenzi, il presidente dell’Associazione che raccoglie i consorzi di bonifica e irrigazione italiani (Anbi). Domanda che, a ben vedere, non ha nulla di retorico ma molto, moltissimo di concreto. Perché, appunto, quanto sta accadendo in Sicilia sarebbe potuto accadere in molte altre parti d’Italia. E perché, inoltre, il tema della manutenzione del territorio è strettamente connesso a quello della gestione dell’acqua e questa, a sua volta, alle attività produttive che sul territorio insistono, prima tra tutte l’agricoltura.
Italia: Paese carico di cultura e di storia, dunque, ma fragile dal punto di vista territoriale e idrogeologico. Come sempre, quando si parla di scienza e di tecnica, sono i numeri a descrivere meglio la situazione. Secondo Ispra, il 9.5% della Penisola è ad alto o altissimo rischio di frana. Secondo l’European Severe Weather Database (ESWD), negli ultimi tre anni quasi 7600 località italiane sono state interessate da tornado, piogge intense e grandine grossa.
Niscemi, quindi, come ultimo eclatante esempio: una faglia lunga quattro chilometri, che sta ingoiando l’abitato di una cittadina di quasi 25.000 abitanti a seguito del transito del ciclone Harry sulla Sicilia. Niscemi come simbolo di qualcosa di molto più ampio. Anbi ricorda: “Secondo il più recente rapporto Ispra, degli oltre 900.000 fenomeni franosi, censiti nelle banche dati europee, 636.000 (oltre il 65%) sono in Italia”. La storia d’altra parte dovrebbe insegnare. Negli scorsi 30 anni si possono ricordare almeno 13 eventi di elevata drammaticità dal Nord al Sud: Versilia (Toscana), Sarno e Quindici (Campania), Piemonte e Val d’Aosta, Val Canale (Friuli Venezia Giulia), Messina (Sicilia), Borca di Cadore (Veneto), Cinque Terre (Liguria) e Lunigiana (Toscana), Alta Val d’Isarco (Trentino Alto Adige), San Vito di Cadore (Veneto), Savonese (Liguria), Chiesa Val Malenco (Lombardia), Casamicciola (Campania). Per capire di più, basta sapere che in Italia, tra il 1974 ed il 2023, le vittime delle frane sono state 1.060, 10 i dispersi, 1.443 i feriti e 138.743 gli sfollati. Attualmente, ricorda sempre l’associazione dei consorzi di bonifica, gli italiani, che vivono in zone a rischio idrogeologico sono circa 8 milioni (1,28 per frana e 6,8 milioni per alluvione).
E non basta, perché, viene ancora fatto notare ancora da Anbi, “la contrapposizione tra l’ondata di gelo, che in questo gennaio sta interessando l’Europa Centro-Orientale ed il clima ancora mite del bacino mediterraneo, dove le acque marine continuano ad essere fino a 2 gradi più calde del normale, potrebbe generare nuovi episodi simili a quelli, che hanno colpito le regioni meridionali la scorsa settimana”.
E’ una quotidianità fatta di rischiosa straordinarietà quella che buona parte del Paese sta vivendo.
Ma quindi che fare? Investire milioni, miliardi di euro in un grande piano di riordino idrogeologico della Penisola. Un piano che sfrutti il forte patrimonio di conoscenze che proprio in Italia esiste. Un piano che parta dai campi italiani, passi per i fiumi, per le dighe e per una corretta manutenzione delle infrastrutture che comunque ci sono ma che devono essere incrementate e curate. Un piano che consenta di immagazzinare l’acqua quando c’è senza lasciarsela sfuggire soprattutto in modo distruttivo e catastrofico. Un piano che sia capace di indicare regole severe ma applicabili in termini di edilizia e di territorio. Un piano che sia espressione di una politica capace di fornire strumenti concreti per le aree periferiche, per quella vita rurale che non è poesia bucolica ma qualcosa di vero e insostituibile anche in termini di manutenzione del territorio. Serve – lo ha detto accoratamente lo stesso presidente di Anbi – “interiorizzare che resilienza e adattamento alla crisi climatica devono essere parole d’ordine delle scelte quotidiane, dall’individuale al politico”. Serve, in definitiva, una diversa cultura individuale e collettiva, che sia moderna ma che si ricordi anche della saggezza del passato. Un proverbio delle campagne emiliane recita: “Fossi e cavedagne benedicon le campagne”. Certo, quando questi fossi ci sono e sono ben gestiti.
