Poesie da Gaza come leva di speranza

Scritte a Gaza dopo il 7 ottobre 2023, le poesie raccolte in “Il loro grido è la mia voce. Poesie da Gaza” (Fazi, 144 pagine, 12 euro, prefazione di Ilan Pappè, con interventi di Susan Abulhawa e Chris Edges) sono la testimonianza che potremmo chiamare poetica, -nonostante la parola poesia corra il rischio di rimanere come un fossile di fronte alle violenze degli eventi-, di alcuni scrittori palestinesi, alcuni dei quali vittime a Gaza dei bombardamenti israeliani.

Se la poesia è fare, come nell’origine del termine stesso, questo fare è l’esserci, e il testimoniare quanto è accaduto soprattutto ai bambini innocenti. Come scrive Ilan Iappè, storico israeliano, la testimonianza di questi poeti recano in sé la giustificazione della loro permanenza in questo qui e in questo ora, come ricordo e cronaca vivente della sofferenza e della capacità di resistere a questo massacro.

Le parole di queste poesie ci dicono della tragedia che investe tutti, testimoni compresi, perché due di loro, Abu Nada e Alareer, sono periti nel corso delle operazioni di guerra. Proprio Abu Nada parlava, durante un bombardamento, di una notte terribile e “spaventosa tranne che per la serenità della preghiera”, aggiungendo una frase che appare tragicamente auto-profetica, perché “la luce dei martiri” è la sola cosa in grado di illuminare l’inferno delle bombe che non guardano in faccia nessuno, né poeti, né bambini, né madri.

A vent’anni, Haidar al-Ghazali si chiede se si può diventare una fenice che, stanca della cenere della sua vecchia -e orribilmente attuale- storia, possa ricominciare da capo, radicalmente, per risistemare “l’alfabeto degli eventi”. Da giovane protagonista e vittima dei bombardamenti mette di fronte al lettore che anche l’atto di “mettere un boccone di lenticchie in bocca” può essere l’ultimo, perché su quel povero pasto incombe lo spettro dei razzi, quegli stessi che hanno colpito la sua casa mettendolo di fronte ad una tragica ammissione di una prima, terribile maturità: “così ho capito che ero cresciuto”. Prendendosi la sua parte di dolore già a nove anni, fino a confessare di avere, a diciannove, già vissuto molte morti. Eppure, nonostante tutto questo, l’ormai uomo si chiede perché non si possa diventare un solo, unico mondo e non si possa affrontare la vita, una vita di pace, tutti e senza distinzioni: “perché non cresciamo insieme?”.

Quello che emerge da qualcosa che, ancora oggi, chiamiamo ancora, -oltre l’olocausto, le deportazioni e i gulag staliniani e i bombardamenti a Gaza-, poesia, è la sua non razionalizzabile persistenza. Non osservanza retorica, ma canto di un esserci, non più, come abbiamo detto, per due delle persone presenti in questo libro. Un fare, perché la parola è tutt’uno con quell’esserci, quel testimoniare in carne e sangue gli orrori di una storia che si fa sulle ossa degli innocenti.

Ciò che emerge da questo libro, (una parte dei proventi delle vendite saranno devoluti a Emergency per le attività di assistenza sanitaria a Gaza) è che esso rappresenta un tentativo di andare oltre il dolore della morte di bambini, e di persone inermi, anche se quel dolore è il centro delle parole. Che non restano solo emissioni di fiato, ma unica possibilità di senso, ricordando chi quel respiro non ce l’ha più.

Agensir