Attualità
Ciclone Harry: il trauma del disconoscimento è peggiore del trauma stesso
Secondo lo psicologo di Cosenza Marco Piccolo, il silenzio mediatico seguito al ciclone Harry rischia di aggravare il trauma collettivo vissuto dalle comunità colpite
Il ciclone Harry ha devastato le coste calabresi con una violenza senza precedenti. Onde fino a 16,66 metri, le più alte mai registrate nel Mediterraneo, hanno colpito infrastrutture, abitazioni, attività economiche e territori già fragili, causando danni stimati in miliardi di euro. Per le comunità coinvolte si è trattato di un trauma reale, improvviso, destabilizzante.
Eppure, a fronte della portata dell’evento, la narrazione mediatica nazionale è stata scarsa, frammentaria, rapidamente archiviata. La maggior parte dei grandi media ha trattato l’accaduto come un fatto marginale, quasi una parentesi meteorologica.
Dal punto di vista psicologico e psicoanalitico, questo silenzio non è neutro. Rappresenta un secondo trauma che si aggiunge al primo.
Judith Herman, una delle maggiori esperte in materia di traumi e abusi, afferma che “il conflitto tra la volontà di negare eventi orribili e la volontà di proclamarli ad alta voce è la dialettica centrale del trauma psicologico”. Quando un evento traumatico colpisce una comunità intera, il riconoscimento pubblico diventa parte integrante del processo di elaborazione. Non basta sopravvivere all’evento: occorre che esso venga visto, nominato, inscritto in una narrazione condivisa.
Il mancato riconoscimento sociale e istituzionale produce ciò che Sándor Ferenczi, psicoanalista e psichiatra ungherese, definiva il “trauma del trauma”: non la ferita causata dall’evento in sé, ma quella inflitta dalla sua negazione da parte delle figure di riferimento. È una violenza sottile ma profonda: sentirsi dire “non è così grave”, “non merita attenzione”, o addirittura “è colpa vostra”. In queste condizioni, ciò che viene negato ritorna sotto altre forme: rabbia diffusa, senso di impotenza, sfiducia nelle istituzioni, vissuti di abbandono, frattura del legame sociale.
Questo è particolarmente vero per la Calabria che storicamente sperimenta una relazione ambivalente con lo Stato: territori che spesso sentono di esistere solo quando diventano un problema, un’emergenza o una brutta statistica. Il silenzio che segue il trauma rafforza un’esperienza già nota: quella di non contare abbastanza da meritare attenzione, memoria, cura.
Esprimere solidarietà non è sufficiente se resta sul piano emotivo o retorico. La solidarietà deve tradursi in azione, in presa di parola pubblica, in responsabilità politica e comunicativa. Perché qui non si tratta solo di ricostruire strade, porti, abitazioni o attività economiche. Si tratta di ricostruire le persone dopo il trauma.
La psicologia del profondo lo insegna da sempre: senza riconoscimento non c’è elaborazione. Senza testimonianza non c’è guarigione. Il silenzio non protegge dal dolore, lo rende soltanto più solitario e più distruttivo.
Marco Piccolo – Psicologo del profondo
