Era delle post-verità e delle bugie mediali

Jacques Derrida analizza il tema della menzogna, passando in rassegna tanti pensatori presenti e passati

Il mondo della comunicazione è messo in pericolo da fenomeni di disinformazione, incrementati dalla circolazione di fake news e da contenuti, spesso tendenziosi, che veicolano verità alterate. Creare bugie ad arte, per scopi di carattere personale, genera conseguenze negative non solo per chi le inventa, ma anche per chi le riceve. Ma qual è il peso delle bugie nella comunicazione? Ci viene in aiuto il filosofo e saggista francese Jacques Derrida (1930-2004), la cui eredità culturale ruota intorno alla nozione di “decostruzione”, intesa come quella tendenza a scardinare, senza distruggere, le strutture concettuali che la filosofia occidentale aveva dato per certe, comprenderne le contraddizioni di fondo e ripartire per cercare la verità. Le idee di Derrida furono influenzate dal pensiero di grandi filosofi, tra cui Lévi-Strauss, de Saussure, Rousseau, Heidegger, Husserl e i maestri del sospetto, Marx, Nietsche e Freud. Durante una conferenza dal titolo “Histoire du mensonge: Croire, savoir, témoigner”, tenutasi presso il Centre Saint-Louis de France di Roma nel 1996, l’intellettuale parlò della tematica della menzogna, concepita come un atto intenzionale che è quello di mentire. Ne tracciò una storia partendo dall’antichità, e passando in rassegna i pensieri di alcuni dei tanti filosofi che, come lui, trattarono quest’argomento. Platone, per esempio, ne “La Repubblica” parla della menzogna come di una specie di obbligo comportamentale per governare la polis, mentre Aristotele afferma nella “Metafisica” che, ogni volta che qualcuno dice di star mentendo, sta dicendo qualcosa di insensato, perché la bugia è una contraddizione. Agostino, nel “De mendacio”, precisa che non ci può essere falsità se non c’è l’intenzione o la volontà di ingannare. Per Rousseau, invece, una menzogna innocente, che non nuoce a nessuno, non merita il nome di menzogna perché è solo finzione, mentre secondo Kant l’inganno è la “più grave violazione del dovere che l’uomo – considerato come essere morale – ha verso sé stesso”. Heidegger intende la fandonia non solo come inganno sociale, ma come una dimensione costitutiva dell’esistenza umana, legata alla finitezza, alla temporalità e alle convenzioni che distanziano l’uomo dall’autenticità. Nel trattato “Verità e menzogna in senso extramorale”, Nietzsche difende l’idea secondo cui la menzogna non è un vizio ma una condizione dell’esistenza umana e dell’intelletto, mentre Hannah Arendt individua nella finzione il fondamento di ogni autoritarismo e di ogni forma di controllo assoluto delle masse. Gli spunti lanciati in questa conferenza da Derrida sono stati raccolti nel libro Della menzogna. Per una storia (Moretti & Vitali 2025) a cura di Lucio Saviani, il quale dà una lettura un po’ preoccupante della contemporaneità, interessata da questi meccanismi di manipolazione e di falsificazione delle notizie, che affondano le loro radici nell’antichità, e che trovano la loro ragion d’essere nelle fake news, nell’IA, nella propaganda politica e nella comunicazione bellica. Il grave pericolo, evidenziato da Saviani alla luce degli insegnamenti di Derrida, è lo spettro di una realtà occultata o deformata dalle immagini e dalle parole, in cui la verità risulta velata da una raffica di frottole massmediali. Il racconto della realtà, dunque, andrebbe “decostruito” in termini derridiani con un uso sapiente dell’intelletto, per poter giungere al cuore della verità.