Cultura
Dipinti sulla speranza cristiana
Visitabile fino all’8 febbraio 2026 la mostra intitolata “Cristo nostra pace” presso la Chiesa di Sant’Agnese in Agone a Roma
L’anno giubilare ha insegnato ai cristiani a non smettere mai di cercare la speranza che è Dio, che si è incarnato in questo mondo portando la luce, ed è morto in croce vincendo la morte e il peccato. Il messaggio del Giubileo, da poco conclusosi, risuona forte nella mostra “Cristo nostra pace”, visitabile fino all’8 febbraio presso la chiesa di Sant’Agnese in Agone a Roma. L’iniziativa rientra nella rassegna “Il Giubileo è cultura”, organizzata e promossa per tutto il 2025 dal Dicastero per l’Evangelizzazione. La mostra, curata da don Alessio Geretti, consta di due magnifici capolavori che raffigurano l’Incarnazione e la Resurrezione di Cristo, i due cardini dell’opera redentrice del Signore nonché fulcri di speranza per l’umanità: Madonna con Bambino di Peter Paul Rubens e Incredulità di san Tommaso di Caravaggio. Nato a Siegen nel 1577 e morto ad Anversa nel 1640, Rubens è considerato il “principe dei pittori fiamminghi”, archetipo della cultura barocca, capace di tradurre visivamente l’allusione al potere politico e religioso, attraverso virtuosismi, forme sfarzose e dinamismi. Interessato all’antichità e aperto a nuovi stimoli e impulsi, gettò le basi per lo sviluppo del nuovo linguaggio barocco, scorciando le figure in modo alquanto ardito e proiettandole nello spazio con movimento dinamico, così da realizzare opere di grande profondità e dal notevole impatto emotivo. Di questo genio calvinista convertitosi al cattolicesimo, definito “Furia del pennello” nel 1672 dallo storico Giovanni Pietro Bellori per l’esuberanza della sua arte, è possibile ammirare, all’interno della meravigliosa cornice barocca della chiesa di Sant’Agnese in Agone, la tela Madonna con Bambino.

Proveniente da una collezione privata svizzera, il quadro fu dipinto fra il 1617 e il 1618, quando Rubens aveva quarant’anni. Una giovane Vergine Maria, consapevole del progetto salvifico di cui è parte integrante, regge Gesù Bambino intento a muovere i primi passi. Il fanciullo, ritratto con uno sguardo attonito, sembra cosciente del destino che l’attende e calpesta un panno bianco, che rimanda chiaramente alla sua Passione e morte. Nel pieno rispetto dei principi di chiarezza e di verità imposti dalla Controriforma, e in linea con le sue personali scelte barocche, Rubens raffigura il piccolo con una forma statuaria, mentre compie il gesto dolce e naturale di porre la sua manina sul polso della madre. Quest’ultima gli tocca il pancino con una mano e con l’altra lo sostiene, nel suo incerto incedere lungo la balaustra. I colori sono vivi, intensi e mai scelti a caso: il rosso e il blu sulle vesti di Maria rimandano alla Passione di Cristo e alla sua regalità, mentre il bianco sui pizzi sottolinea la sua condizione di donna senza peccato. Il Merisi, nato a Milano nel 1571 e morto a Porto Ercole nel 1610, impose una nuova visione dell’arte, protesa alla raffigurazione della realtà. Scelse di dipingere il mondo naturale in maniera sintetica e unitaria, mai descrittiva, dando spazio ai problemi esistenziali dell’uomo, alla ricerca della verità e alla realtà drammatica, mediante un linguaggio coerente in cui luci e ombre sono i protagonisti assoluti. Risale agli anni del suo soggiorno romano l’elaborazione della tela Incredulità di san Tommaso, di cui esistono varie versioni.

Quella esposta in questa rassegna romana è la versione conservata alla Bildergalerie di Potsdam, che Caravaggio realizzò tra il 1602 e il 1607 in collaborazione con Prospero Orsi. Il capolavoro, commissionato dal banchiere Vincenzo Giustiniani, descrive la scena biblica narrata nel Vangelo di Giovanni, in cui un incredulo Tommaso pone il dito nel costato di Cristo per credere veramente nella sua Resurrezione. Il formato orizzontale della tela inquadra per tre quarti l’altezza delle quattro figure, centrate contro uno sfondo spoglio. Ciò enfatizza la geometrica disposizione del gruppo, con Tommaso e gli altri due apostoli in posizione opposta a Gesù. La scena è descritta con fredda brutalità: l’intrusione del dito nella ferita esangue di Cristo, influenzata dalla cultura classica per via del torace e per il drappeggio del bianco chitone, assume risalto grazie alla luce da sinistra a destra, e alla riduzione all’essenziale degli elementi. Il bilanciamento geometrico dei personaggi è indice di un chiaro progetto compositivo, che rivela i rapporti esistenti tra i quattro. Interessante la disposizione a quadrifoglio delle teste di Cristo, di Tommaso e degli altri due astanti, che sembrano formare una croce ravvicinata. Seguendo i volti dei protagonisti si forma un triangolo che porta l’attenzione sul gesto di Tommaso. La presenza di pochi elementi e l’eliminazione del superfluo, in linea con le direttive controriformiste, si piegano all’urgenza di evidenziare l’apparizione del Risorto. Questi due capolavori sono un chiaro riferimento all’evento di salvezza e sono un monito a cercare la speranza, confidando nell’amore del Padre da cui proviene la pace.
