ChatGPT Salute: quando la cura diventa conversazione con un algoritmo

Con ChatGPT Salute l’intelligenza artificiale entra sempre più nella gestione della salute personale, promettendo risposte immediate e accompagnamento. Ma il successo di questi strumenti rivela una fragilità più profonda: un sistema sanitario frammentato e relazioni di cura indebolite. L’algoritmo colma un vuoto di ascolto, ponendo interrogativi su solitudine, responsabilità e futuro della sanità

Sono le due di notte e hai appena letto i risultati degli esami del sangue sul portale online dell’ospedale. Un valore è fuori range. L’ansia cresce. Il medico risponderà domani, forse dopodomani. Intanto quella cifra lampeggia sullo schermo, incomprensibile e minacciosa. Così apri ChatGPT Salute e chiedi: “Cosa significa?”. La risposta arriva in pochi secondi: chiara, articolata, rassicurante. Nessuna attesa, nessun giudizio, nessun imbarazzo. È questo il futuro della sanità o la spia di un presente già frantumato?

OpenAI ha presentato ChatGPT Salute come uno spazio dedicato alla gestione della propria salute: cartelle cliniche, app di benessere, dispositivi indossabili integrati per ottenere risposte personalizzate. Non per diagnosticare né per curare, si affretta a precisare l’azienda, ma per accompagnare. Ma la novità non sta solo nei dati collegabili. Sta nel linguaggio: un’IA che struttura percorsi, anticipa bisogni, interpreta andamenti, suggerisce domande “migliori” da porre durante una visita. Trecento milioni di persone, ogni settimana, pongono già domande sulla salute a ChatGPT. Ma la domanda vera è: perché così tante persone cercano risposte in un algoritmo invece che in un medico?

La risposta non sta nella tecnologia, ma nel vuoto che questa pretende di colmare. Il sistema sanitario è ormai ridotto a un arcipelago di frammenti che non comunicano. Portali online che pubblicano esami senza spiegazioni, medici di base oberati, specialisti che si vedono dopo mesi, pronto soccorso intasati. In questo deserto di relazioni, ChatGPT Salute non è un’innovazione: è una toppa digitale a una crisi sistemica. Offre ciò che il sistema non riesce più a garantire: ascolto immediato, continuità, disponibilità.

Il paradosso è evidente. OpenAI sostiene di voler “affiancare le cure dei professionisti senza sostituirle”, ma nella pratica l’algoritmo diventa il primo interlocutore. È lui a dare senso al valore anomalo, a suggerire le domande da porre al medico, a interpretare i dati. La relazione medico-paziente, fondata per secoli sulla fiducia e sulla conoscenza reciproca, viene mediata da un sistema che non conosce stanchezza, dubbi, vulnerabilità. E qui emerge la contraddizione: più la tecnologia ci “accompagna”, più rivela che il vero problema è l’assenza di accompagnamento umano.

C’è poi un aspetto che riguarda il modo stesso in cui concepiamo la salute. Quando il corpo diventa un flusso di dati sincronizzati – passi giornalieri, ore di sonno, battiti cardiaci, macronutrienti – la malattia rischia di trasformarsi in anomalia statistica e il benessere in obiettivo da ottimizzare. È il paradosso del nostro tempo: più dati, meno interiorità. L’uomo che chiede a un algoritmo di dirgli come sta smette, un po’ alla volta, di ascoltarsi. L’uomo che trova rassicurazione in un grafico perde il legame con la fragilità come esperienza da abitare, non come dato da ottimizzare. Ma curare non è solo interpretare dati: è stare accanto a una persona nella sua fragilità, riconoscere che il corpo non è una macchina.

ChatGPT Salute promette autonomia, controllo, efficienza. Ma la vera domanda è: vogliamo davvero una sanità in cui ciascuno è manager di se stesso, con un assistente virtuale sempre disponibile e nessun volto umano che si prende davvero cura? Non si tratta di demonizzare la tecnologia. Gli algoritmi possono essere utili, le informazioni accessibili sono un bene. Ma se l’innovazione tecnologica non si accompagna a un ripensamento radicale del sistema sanitario, rischiamo di aver costruito lo strumento perfetto per gestire in solitudine ciò che dovremmo affrontare insieme. La vera cura non è un’app che risponde alle due di notte: è un medico che ti conosce, un sistema che funziona, una comunità che non ti lascia solo davanti alla paura.