Nuove scoperte genetiche sui resti recuperati nella Grotta della Monaca

Emersi nuovi dettagli evolutivi sulla storia dell’Italia meridionale nell’Età del Bronzo

Sulla rivista “Communications Biology” (Nature Portfolio) sono stati pubblicati i risultati di uno studio, riguardante la struttura genetica e la rete di relazioni parentali esistente fra i membri di una comunità di pastori, che visse in Calabria durante l’età del bronzo (oltre 3500 anni fa), in particolare sui monti dell’Orsomarso, dentro il cuore del Parco Nazionale del Pollino. La ricerca si basa su una collaborazione internazionale tra l’Institute for Evolutionary Anthropology di Lipsia, l’Università di Bologna, il Cedad di Lecce e il Centro di Fisica Applicata, Datazione e Diagnostica del Dipartimento di Matematica e Fisica “Ennio De Giorgi” dell’Università del Salento. Nello specifico, l’analisi del Dna antico, rilevato su alcuni campioni biologici, e le indagini sulle datazioni al radiocarbonio hanno fatto emergere informazioni interessanti sulla comunità che abitò nella Grotta della Monaca, la cavità calcitica avente una conformazione fisica che ricorda il volto di una monaca, situata nel comune di Sant’Agata di Esaro a 70 km da Cosenza, ricca di minerali di ferro e di rame, e frequentata sin dal Paleolitico Superiore e fino al Medioevo. Lo studio sul genoma, condotto su alcune ossa umane, ha svelato una parentela genetica tra la popolazione che abitava questa cavità calabrese e i popoli della prima età del bronzo (circa 3500-1200 a.C.) della Sicilia. Doveva trattarsi di una piccola collettività, stanziata nell’area più interna della grotta, con una precisa organizzazione funeraria, suddivisa per età e per sesso. Ciò è dimostrato dal rinvenimento di un sepolcreto e di oggetti appartenenti a corredi funerari, in aggiunta alla scoperta di pietre, ossa e corna di animali impiegati, forse, per finalità di estrazione mineraria. I componenti di questo gruppo dovevano avere fra loro legami di parentela. Con molta probabilità, c’era una prevalenza di donne e di individui di età compresa tra i 18 e i 20 anni, visto che gli esami sui resti hanno evidenziato una struttura scheletrica non del tutto sviluppata. Una relazione incestuosa tra un uomo, sepolto nel medesimo sito funerario, e una sua figlia è stata messa in risalto dall’analisi del profilo genetico di un giovane maschio dell’età del bronzo, i cui resti attesterebbero un caso di consanguineità estrema. “I campioni ossei sono stati trattati nei laboratori chimici del Cedad, nei quali è stata estratta la frazione di collagene e preparati i target di grafite necessari alle misure con ‘spettrometria di massa con acceleratore’, che hanno permesso di collocare con precisione tra il 1780 e il 1380 a.C. l’utilizzo funerario della cavità”, ha riferito Marisa D’Elia, responsabile dei laboratori chimici del Cedad. Gianluca Quarte, professore di Fisica Applicata all’ateneo salentino e coautore dello studio, ha spiegato che le analisi sulle datazioni e le indagini genetiche, connesse alle scoperte archeologiche, hanno aiutato a definire, con una certa chiarezza, la finestra cronologica nella quale la comunità deve aver vissuto nella grotta. Quest’importante ricerca colma un vuoto nella storia evolutiva dell’Italia meridionale.