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Morto il giovane giornalista calabrese vittima dell'Isis a Strasburgo

Il giovane giornalista Antonio Megalizzi di origini calabresi non ce l'ha fatta dopo l'attentato. Don Maffeis dell'Ufficio Stampa della Cei ha richiamato i valori della libertà dell'informazione e la ferma condanna di ogni violenza

Morto il giovane giornalista calabrese vittima dell'Isis a Strasburgo

Venerdì 14 dicembre è morto Antonio Megalizzi, il giornalista italiano di origini reggine rimasto gravemente ferito nell'attentato di Strasburgo di martedì sera 11 dicembre. Il giovane, 28 anni, era in coma e le sue condizioni erano state definite «irreversibili». Non era stato giudicato operabile a causa della posizione in cui si è bloccato il proiettile che lo ha colpito.  Era un giovane aperto e solare, con due lauree, appassionato di radio e di politica, che amava l'Europa e la Calabria. Ultimamente lavorava per la testata radiofonica Europhonica, emittente che fa parte del network delle radio universitari.  Don Ivan Maffeis, sottosegretario della Cei e direttore dell’Ufficio nazionale per le comunicazioni sociali, in una riflessione sulla morte di Antonio Megalizzi ha affermato: “Quante cose ci affida Antonio; quante cose rimbalzano con intensità nei brevi anni della sua vita: la famiglia, lo studio, gli affetti; la volontà di andare oltre per conoscere, capire e incontrare; la passione per la radio, la politica, il giornalismo”. Così “Quanti luoghi comuni contribuisce a spazzar via, quante analisi affonda, quasi le nuove generazioni fossero semplicemente sedute, ripiegate e spente. Chi con violenza assurda e omicida ha voluto spezzare l’esistenza di Antonio – aggiunge – ha ottenuto l’effetto contrario: la morte di questo giovane ha dato risonanza planetaria a un patrimonio di valori e progetti, di cultura locale e universale, di impegno civile aperto e propositivo. Mentre il mondo adulto trova nella crisi finanziaria, economica, sociale e politica dell’Europa un motivo per prenderne le distanze, Megalizzi ci testimonia che un’altra Unione è possibile, se non ci si limita a intervenire sugli effetti e non sulle cause”. “Un’Unione non sopra gli Stati, né a prescindere dagli Stati – conclude don Maffeis -, ma Casa comune proprio grazie alla capacità di valorizzare l’identità storica, culturale e morale dei popoli del Vecchio Continente e di costruirsi sul rispetto della dignità di ogni essere umano”.

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