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Il dinamismo delle forme corporee e la fluidità delle linee conferiscono all’opera una certa naturalezza e levigatezza

Il viaggio della Pietà a New York

Il complesso scultoreo fu trasferito in America nel 1964 in occasione dell’esposizione universale dedicata a Michelangelo

Il viaggio della Pietà a New York

Sono trascorsi 60 anni dall’ultima volta che la “Pietà Vaticana” è uscita dalla Basilica di San Pietro. Era infatti il 1964 quando la celebre scultura compì il suo unico viaggio via mare verso New York dove si tenne, dal 2 aprile 1964 al 17 ottobre 1965, un’esposizione universale per celebrare il IV centenario della morte di Michelangelo. Giovanni XXIII autorizzò la trasferta oltreoceano del noto complesso scultoreo, come forma di ringraziamento agli americani per aver aiutato l’Europa a sconfiggere il nazismo. Il suo assenso fu motivato anche dal bisogno di far progredire le riforme in seno al Concilio Vaticano II, assicurandosi l’appoggio degli ecclesiastici più conservatori, tra cui Francis Joseph Spellman, arcivescovo di New York, che gli avanzò formalmente la richiesta di prestito della Pietà. Iniziò allora l’operazione di imballaggio del prezioso oggetto, sotto la direzione tecnica del direttore dei lavori della Fabbrica, ing. Francesco Vacchini. L’opera venne fatta scivolare dal suo piedistallo marmoreo in una cassa di legno, ricorrendo a delle tavole di legno di faggio saponate. I lati del contenitore vennero rivestiti di lastre di polistirolo che, all’epoca, si pensava fosse un materiale nuovo ed efficiente. L’interno fu ulteriormente riempito rovesciando grossi bidoni di polistirolo espanso e minuscole sferette, che andarono a conficcarsi dentro ogni fenditura della scultura. A sua volta la cassa di legno, del peso di 6 tonnellate, fu rinchiusa in un cassone metallico, sicuro e inaffondabile, trattato con sostanze isolanti e ignifughe, dipinto di bianco con tinte arancioni, chiaramente identificabili in mare, e dotato di boe segnaletiche luminose che, a contatto con l’acqua, avrebbero emesso segnali radio per agevolare l’eventuale operazione di avvistamento da parte dei velivoli aerei. Il sistema di sicurezza era così elevato che, nel caso di affondamento della nave, la cassa si sarebbe sganciata automaticamente mediante un complesso sistema di cavi d’acciaio e avrebbe raggiunto il pelo dell’acqua. La scultura fu imbarcata sul piroscafo Cristoforo Colombo, che salpò da Napoli e raggiunse New York dopo 9 giorni di navigazione, insieme alla statuetta del “Buon Pastore” custodita presso il Museo Pio Cristiano. Divenne subito il cuore del padiglione della Santa Sede alla Fiera Mondiale, dove sostò per 6 mesi venendo ammirata da oltre 27 milioni di persone. Visitando lo stand vaticano della mostra, Paolo VI ricordò le convinzioni religiose e la ricerca della pace e dell’armonia che spinsero Michelangelo a creare una tale magnificenza artistica. L’impresa fu resa possibile grazie anche “alla preghiera e alla bravura delle persone che si erano assunte, con grande abnegazione, la grave responsabilità del suo trasporto” aggiunse il papa. Vari giornali dell’epoca riportarono le preoccupazioni del mondo intero e, in particolare, del Vaticano per i rischi che un gioiello di siffatto valore correva nell’affrontare un pellegrinaggio simile. Il ritorno della “Pietà” nella Basilica Vaticana il 13 novembre 1965 fu accolto con giubilo da Montini, da Spellman e da altre personalità. In quell’occasione fu deciso che il marmo non avrebbe mai più lasciato la Cappella del Crocifisso di San Pietro, onde evitare imprudenze e pericoli. Il vaticanista Orazio La Rocca ha ricostruito lo storico viaggio dell’opera a New York, e il suo ritorno nella Santa Sede, nel volume “In viaggio con la Pietà” (San Paolo), la cui prefazione è stata curata da Barbara Jatta, direttrice dei musei papali. L’autore del testo parla del coinvolgimento della ditta di trasporti Gondrand e della famiglia Minguzzi per la traslazione del manufatto, della sua traversata in mare, dell’attenta vigilanza intorno ad esso e del clamore mediatico creatosi per via dell’iniziativa internazionale. All’epoca si avvertì un vuoto generale per via della sua assenza perché – è il caso di dirlo – l’immensa cultura artistica del Vaticano è costituita, tra le altre, dalle pregevoli creazioni del Buonarroti, ideatore e costruttore della Cupola di San Pietro nonché autore del ciclo di affreschi nella Cappella Sistina e in quella Paolina. Il Divin artista mostrò tutta la sua genialità quando, a soli 23 anni, realizzò il marmo della “Pietà”  destinato alla cappella di Santa Petronilla del re di Francia Carlo VIII in San Pietro, in occasione del giubileo del 1500. Databile tra il 1497 e il 1499, la statua mostra la scena simbolica della Vergine Maria vestita che stringe tra le braccia il Cristo morto. Le due forme corporee sono riprodotte con estrema naturalezza e fluidità, prive di qualsiasi rigidità e contrassegnate da una certa compostezza di sentimenti. L’osmosi tra i due dà luogo ad una toccante intimità visibile nell’architettura piramidale, generata dalle vesti di Maria e dal dinamismo delle linee morbide, e capace di trascendere le fattezze terrene raggiungendo quella bellezza ideale a cui solo l’amore infinito tra madre e figlio può tendere. Innanzi ad un tale tripudio di perfezione il Vasari scrisse: “certo è un miracolo che un sasso da principio, senza forma nessuna, si sia mai ridotto a quella perfezzione che la natura a fatica suol formar nella carne”. Il volto troppo giovane della madre del Signore fu una scelta dichiaratamente voluta dal maestro, in linea con la tradizione medievale che vedeva Maria sposa di Cristo e simbolo della Chiesa. Questa tradizione fu in seguito messa in discussione dalla Controriforma ma fu ripresa da Michelangelo che, per questo motivo, ricevette non poche critiche. Agli attacchi dei suoi detrattori il pittore rispose che “la castità, la santità e l’incorruzione preservano la giovinezza”. Michelangelo sancì la paternità dell’opera, riportando la sua firma sulla fascia a tracolla che regge il manto della Vergine. Fu forte, quindi, il suo sodalizio con la Chiesa e con il Papa, testimoniato da una vigorosa attività scultorea e pittorica condotta tra le mura vaticane in qualità di “Architetto” della Fabbrica di San Pietro tra il 1546 e il 1564. Il marmo, tuttavia, fu oggetto di un atto vandalico perpetrato da uno psicopatico australiano che, il 21 maggio 1972, lo colpì con un martello più volte prima di essere fermato. Fu necessario un tempestivo restauro integrativo per sanare gli ingenti danni causati da quest’aggressione. I lavori furono diretti da Redig de Campos, allora direttore dei Musei, e da Francesco Vacchini, che cercarono di riutilizzare il più possibile i materiali originali. Il personale altamente specializzato dei Musei Vaticani completò il recupero della statua nel marzo 1973, restituendola al pubblico in tutto il suo splendore e proteggendola, da quel momento in poi, con un cristallo antiproiettile. I Musei Vaticani custodiscono un calco in gesso di seconda generazione della Pietà michelangiolesca, realizzato nel 1975 da Francesco Mercatali, già formatore dei musei papali, a partire dall’originale. Questo calco, insieme agli altri due raffiguranti la “Pietà Bandini”, conservata nel Museo dell’Opera del Duomo a Firenze, e la “Pietà Rondanini”, collocata nel Museo del Castello Sforzesco di Milano, eseguiti dall’artista toscano in età adulta, sono i protagonisti della mostra “Le tre Pietà di Michelangelo”. Dopo Firenze e Milano, questa meravigliosa esposizione è ora allestita negli spazi della Pinacoteca Vaticana. Ammirare la Pietà è  un’esperienza toccante che fa comprendere la profonda spiritualità e la fede del genio rinascimentale, capace di immortalare in un pezzo di marmo il simbolo del vero amore che unisce una madre al proprio figlio.

Il viaggio della Pietà a New York
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