Editoriali

Ora la mano più piccola ha lasciato la presa, senza voce né parole ha cantato un sofferto Nunc dimittis, trasmettendo un ultimo sussulto di pace e di gratitudine alle altre due mani. Ora paiono affrante le due mani rimaste, eppure in loro pulsa l’anelito della più piccola, pulsa la vita che hanno saputo trasmettere al di là di ogni male e di ogni ombra di morte. No, non hanno fallito quelle mani e grazie a loro non ha fallito l’umanità che è in ciascuno di noi.

L'estate, tempo per lo spirito, per la lettura, per aprire la mente, ma anche per stare in compagnia, in famiglia, per rallentare il passo dopo la frenesia dei giorni di lavoro. La nostra vicinanza ai poveri, agli ammalati e agli scartati. 

Siamo sicuri che il problema sia legato solo al mondo del calcio? Purtroppo, no. Provate a rileggere quanto descritto sopra e ad applicarlo a tanti altri settori della vita di oggi e scoprirete quanti fratelli Donnarumma popolano la nostra società, in cui ormai i valori sono altri rispetto a quelli genuini di una volta e che se tutto va a rotoli è anche perché tanti giovani sognano di poter agire con l’arroganza dimostrata da Donnarumma e compari. Che autogol, che tristezza!

Fallimentari i due “grandi” appuntamenti della scorsa settimana. Non solo è stato ribadito che i migranti non potranno essere sbarcati da alcun’altra parte se non in Italia, ma siamo stati richiamati perché non abbiamo ancora svolto tutti i compiti a casa, a partire dall’aumento dei centri di detenzione sul territorio e dal rafforzamento del sistema dei rimpatri. Messaggio chiaro, dunque: meno solidarietà!

Alcune riflessioni sulla formazione dei candidati al sacerdozio, pastori di anime in una realtà secolarizzata. "Dio non deve essere inventato, ma trovato". Seminaristi oggi, tra spiritualità, dinamiche sociali e culturali e rinnovata missione evangelizzatrice.

Francesco auspica che con l’istituzione della Giornata mondiale dei poveri “si instauri una tradizione che sia contributo concreto all’evangelizzazione nel mondo contemporaneo”. In quest’orizzonte evangelizzatore comincerei col cogliere dal Messaggio tre indicazioni. La prima è un richiamo al magistero del Vaticano II. La seconda sta nell’incoraggiamento a stabilire “un vero incontro con i poveri e dare luogo ad una condivisione che diventi stile di vita”. La terza è nel legame tra l’incontro con Cristo nel povero e l’altro, sempre con Cristo, nell’Eucaristia.

Ricostruire la Calabria dalle sue fondamenta richiede la cura di un tumore che con le sue metastasi, come ha scritto un giornalista in questi giorni, ha infettato tante componenti sociali. Dobbiamo alzare l’argine del disaccordo, quello delle vie educative, della forza della libertà contro chi pensa di farci paura o di sottomettere questa terra e tenerla in pugno anche quando è condotto verso la prigione.

Non gli si debbono cucire indosso gli abiti degli eroi perché apparirebbero come modelli inarrivabili. Sarebbe più giusto, piuttosto, dipingerli per quello che erano: uomini come noi ma fedeli ai propri ideali di legalità e giustizia, per i quali hanno sopportato indicibili amarezze e pesantissime privazioni, servendo lo Stato fino in fondo anche a costo di morire.

Le immagini dei rami di palme per la liturgia dell’ingresso, macchiate di sangue, i luoghi di culto sventrati, richiamano il martirio di tanti fratelli che sanno dare la loro bella testimonianza e la loro adesione totale a Cristo nella sua Chiesa. Abbiamo un grande debito verso di loro.

Una calca accompagna Gesù: molti lo seguono per curiosità, altri per condannarlo, alcuni rimangono a distanza, per non essere coinvolti nell’accadimento, altri ancora si nascondono per non essere riconosciuti discepoli. Ogni gruppo può svelare la storia variegata di ogni uomo e, nello stesso tempo, ognuno di noi può sentirsi rappresentato dal gruppo.

Bergoglio ci ha abituati a non considerare come punto di riferimento il centro, ma ad allargare l’orizzonte verso gli emarginati, gli esclusi, i poveri, i senza voce, gli elusi dai grandi circoli di pensiero. Forse è proprio questa la fatica più grande di chi continua a contestare, osteggiare o denigrare l’operato di Francesco. “Non lasciamoci rubare il Vangelo!”, continua a ripetere il Papa, esortando la Chiesa a un movimento di uscita da sé, a una missione centrata in Cristo, all’impegno verso i poveri. Un invito che offre una grande lezione per tutti.

A Napoli si è tenuto un convegno su Chiesa e lavoro, protagoniste le diocesi del Mezzogiorno. Un "nuovo corso", che coinvolgimento dei giovani nell'azione pastorale. Ma soprattutto la necessità di non impantanrsi in "piagnistei" e "paternalismi". Investire sulle giovani generazioni un compito necessario per la società. La parabola dei talenti così è capovolta.

Le prime decisioni del nuovo inquilino della Casa Bianca lasciano intravvedere una chiusura isolazionista e protezionista, rapporti tesi con il resto del mondo e, in sostanza, la negazione delle origini di una nazione fatta di immigrati. Ma le vicende del Novecento europeo dovrebbero insegnare qualcosa anche a "The Donald".

La comunicazione immaginata e proposta da Papa Francesco è a servizio di una cultura dell’incontro. Dice di un andare verso l’altro, ma anche disponibilità a fargli spazio e ad accoglierne il mistero. Dice di un donare e di un ricevere. Più semplicemente, dice reciprocità.

Essere amici della Russia è importante, ma non può voler dire soltanto spartizione delle sfere di influenza in base a puri rapporti di potere. Se la Russia vuole essere davvero amica (e non padrona) dell’Europa, servono strumenti giuridici e istituzionali nuovi e condivisi, in cui tutti credano davvero. L’Europa faccia un passo aventi in questo senso.

Non ci si accorge di ciò che avviene nel Natale, perché lo si guarda con occhi mondani. Il mondo guarda e vede soltanto un lattante. E si scandalizza, o si annoia. Il cambiamento sta non in ciò che il mondo riesce a vedere, ma in ciò che ormai quel Bimbo vede. Il mondo cambia perché è il Bimbo che lo guarda, con la luce nuova dei suoi occhi puri.

In un mondo lacerato dai conflitti, il messaggio di Cristo risuona per cambiare i cuori di chi è disposto a lasciarsi penetrare dal messaggio di Dio. Pace, la prima parola del Risorto, diventa, in Cristo, stile nuovo di vita per ogni uomo di buona volontà, uno stile di fraternità dal quale nessuno debba sentirsi escluso. Dinanzi al Dio che si fa piccolo e nasce al freddo e al gelo, come non pensare ai tanti costretti a dormire all'addiaccio per il terremoto?

Come avvenne nel 1914, quando i soldati tedeschi e britannici, su opposti fronti, anziché uccidersi decisero spontaneamente, senza alcun accordo, di fermarsi, di attraversare le trincee per incontrarsi nella terra di nessuno, per scambiarsi miseri cibi e poche cianfrusaglie a mo’ di dono, per celebrare qualche rito e per seppellire i caduti. E persino per giocare a calcio. Fu la grande tregua di Natale. Di cui tutti abbiamo un grande bisogno.

Per essere all'altezza della sfida, i partiti hanno bisogno di un tessuto sociale e civile vitale. In questo senso i cattolici, quello che un tempo si chiamava “mondo cattolico, ha delle grandi responsabilità, di omissione. E’ sempre in tempo per recuperare, ma si deve rimboccare le maniche e deve operare con franchezza e senza complessi.

La legge costituzionale pubblicata sulla gazzetta ufficiale n. 88 del 15 aprile scorso modifica aspetti significativi dell'assetto istituzionale della Repubblica, così come risulta dalla Carta del 1948 e dalle leggi di revisione che sono state approvate successivamente. Di sicuro, votare non è un atto di routine. Tre buone ragioni per partecipare.

A lui, che è stato uno dei padri fondatori della Fisc, gli allievi e gli amici torinesi della redazione de “La Voce del Popolo” oggi “La Voce e il Tempo” hanno dedicato un bel volume “Voci della Voce. Caro don Franco. Scritti in ricordo di mons. Peradotto”, edizioni Mille, Torino.  Il saggio verrà presentato a Torino, il 5 dicembre al Circolo della Stampa, unendo tutte quelle famiglie di giornalisti che hanno apprezzato, collaborato e lavorato a fianco di don Franco, scomparso il 1 novembre 2010.

La "ragazza venuta dal freddo", eletta per la prima volta alla guida della Cdu nel 2000, pronunciò la famosa frase: “Noi siamo tornati”. Era una constatazione ma anche una sorta di programma politico. Già allora lasciava intravvedere la volontà di guidare il proprio Paese - e l'Ue - per lunghi anni e nonostante mille difficoltà. Per restare al governo non ha esitato a cambiare più volte gli alleati, fino all'attuale "grosse koalition". E ora si prepara ad affrontare la sfida populista