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Ma per il "Family Man" è importante non abbandonare il campo

"Un papà affaticato ma contento di esserlo", in un ruolo "per il quale non esistono scuole o manuali d’istruzioni" ma che "si impara strada facendo”. E la  famiglia è "realizzazione di un sogno di felicità radicato nel cuore“, mentre il tanto temuto “per sempre”, a ben vedere, è una “consolazione”. In un sorridente diario di vita quotidiana, Edoardo Tincani racconta la propria famiglia e lancia un segnale di incoraggiamento a giovani e indecisi. E una raccomandazione: "scrivere" sulla porta d'ingresso di ogni casa le tre parole indicate dal Papa: permesso, grazie, scusa.

Ma per il "Family Man" è importante non abbandonare il campo

E’ complicata, richiede inesorabile coraggio e a volte sembra esaurire ogni residuo di energia ma ne vale assolutamente la pena. Il punto è scegliere la meta, avere ben chiara la direzione e organizzarsi di conseguenza, spiritualmente, mentalmente e fisicamente. Ma serve anche uno sguardo carico di speranza. Raccontare le corse, le fatiche, le preoccupazioni, ed anche la bellezza ordinaria della famiglia, nascosta nelle pieghe di un quotidiano fatto di eventi che a volte sembrano buttati lì per errore e sono invece la nostra vita qui ed ora, è una sfida non da poco. Ed è una sfida farlo senza salire in cattedra ma attraverso la testimonianza quotidiana. Soprattutto di fronte alle manovre di destabilizzazione-destrutturazione di cui la famiglia è continuamente oggetto: ultime, in ordine di arrivo, quei “piani di flessibilità in uscita dal matrimonio che sono i cosiddetti accordi prematrimoniali”. Non usa giri di parole Edoardo Tincani, direttore de “La libertà”, settimanale della diocesi di Reggio Emilia – Guastalla, e autore del volume “Family man. Diario semiserio di un marito cristiano cinque volte papà” (ed. La fontana di Siloe) in uscita in questi giorni.

Strada facendo. “Alla fine – ci dice – la famiglia è tutta la tua vita: il lavoro e ogni progetto nascono da lì e ad essa sono finalizzati”. Ma occorre parlarne sorridendo, “con semplicità e autoironia per non apparire sentenziosi”. A leggere il titolo, la prima cosa che viene in mente è l’omonimo film del 2000, nel quale il protagonista (Nicolas Cage), ricchissimo e brillante finanziere, ha la possibilità di toccare con mano, apprezzando per la prima volta il valore della famiglia, la vita che avrebbe potuto avere se 13 anni prima avesse preso una decisione diversa. “Ma è solo una coincidenza”, chiarisce il nostro interlocutore, padre di tre ragazze di 18, 16 e 7 anni, e di due ragazzi di 13 e 11. “Per me – spiega – ‘Family man’ significa essere un papà affaticato ma contento di esserlo, nella specificità che il ruolo paterno dovrebbe avere. Essere disponibile ai vari servizi che in famiglia si rendono necessari, a partire dalle prime operazioni di cambio pannolini, ma soprattutto essere presente. Questo è il punto, esserci e rimanere lì”. In altre parole, la vita è qui non si può disertare. “A volte – confida – mi sento un po’ spaesato nel vedere i miei figli crescere, tra il pudore che provo, soprattutto di fronte alle ragazze, e il timore per le incognite che ci attendono, ma l’importante è non abbandonare il campo”.

No a “padri sbiaditi, assenti, o compagni di giochi. Dobbiamo tentare di infondere nei figli fiducia nella vita e fornire loro indicazioni, regole e visioni del mondo sulle quali costruire la propria sicurezza”. Un compito per il quale non esistono scuole, manuali d’istruzioni o “consulenti”. E’ “un viaggio che inizia all’interno di se stessi, si impara strada facendo”. Il tutto nella complementarietà dei ruoli genitoriali, maschile e femminile, e nel cosiddetto gioco delle parti, che significa anche alternanza nella funzione di mediare negli immancabili e talvolta estenuanti negoziati con i figli su acquisti, permessi e orari. Già, i figli: “assediano, sporcano, distruggono. Nella loro imprevedibilità sono una continua richiesta di amore gratuito, ma a volte rimango edificato dal rigore che dimostrano nel mantenere un impegno assunto”.

Paura dell’affidarsi. Quello che Tincani si propone, ed è anche la mission dell’ impegno che condivide con la moglie Lucia nell’accompagnare coppie di fidanzati – spesso già conviventi – al matrimonio, è testimoniare che la “famiglia è realizzazione di un sogno di felicità radicato nel cuore“, e che il “per sempre”, a ben vedere, è una “consolazione” anche per “chi e è avvezzo al precariato/precarietà quale modalità di vita”. “E’ già una grazia che chiedano di sposarsi in chiesa. A noi il compito di aiutarli ad elaborare e superare la paura dell’affidarsi, vera malattia di oggi, anzitutto a Cristo presente nel sacramento, poi l’uno all’altro”. E le tre parole “permesso, grazie, scusa” indicate da Papa Francesco per una famiglia solida e felice “dovrebbero essere scritte sulla porta d’ingresso di ogni casa, porte sante o non sante, necessariamente porte di misericordia”.

Ma per Tincani, la più stupefacente, “vero presidio”, è “permesso”, ossia “la necessità di continuare a chiedere con gentilezza senza mai dare nulla per scontato o dovuto”. “Fedeltà sinodale” è il titolo di un capitolo: che significa? “Il matrimonio è un camminare insieme, un ‘sinodo’, e la fedeltà – che non è solo quella sessuale perché si può essere infedeli in tanti modi più sottili – è attenzione, ascolto, vigilanza su se stessi, custodia di sé e dell’altro, si costruisce e si coltiva giorno dopo giorno”.

Fonte: Sir
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