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Il ritiro di Del Potro e quel sogno diventato incubo

La carriera del tennista si concluderà nelle prossime due settimane

Il ritiro di Del Potro e quel sogno diventato incubo

Un incubo: forse non esistono altre parole per definire il calvario di chi, dalla vita, chiede soltanto di poter conciliare passione e lavoro senza avere dolore, ma che, invece, deve dire basta non per scelta propria, ma perché frenato dagli infortuni, dai maledetti infortuni.
Più che la personificazione di quel film dal titolo “una serie di sfortunati eventi”, la carriera di Juan Martin Del Potro, che si concluderà nelle prossime due settimane con l’ATP 250 di Buenos Aires e ATP 500 di Rio de Janeiro, è un promemoria a non dare mai per acquisita la possibilità di inseguire e realizzare i propri sogni. Anche perché, crudelmente e non ironicamente, il destino si diverte sempre a massacrare chi non se lo merita. Gambe e braccia: mai un momento in cui il corpo ha supportato “la torre di Tandil”, il gigante buono, che non lasciava scampo con il proprio dritto martellante, ma che, a fine partita, non si è mai tirato indietro da un abbraccio e un sorriso. D’altronde, come stupirsi? Le persone per bene che conoscono la sofferenza poi diventano ancora più gentili, ancora più grate. Ancora più umane. Ed è stato esattamente così per l’argentino dal cuore buono e dal fisico di cristallo.
L’ultimo “niet” sull’erba, nel 2019, quando Del Potro si era rotto la rotula – roba che impressiona anche soltanto a scriverlo – contro Denis Shapovalov al Queens’. Erba crudele, non come dodici mesi prima, quando l’argentino aveva battagliato per cinque set contro Nadal a Wimbledon. Era l’anno in cui DelPo aveva vinto il primo Masters 1000 in carriera, a Indian Wells, annullando match point a Roger Federer e riportando indietro le lancette a nove anni prima, nel 2009, quando aveva vinto il primo (e ultimo) Slam in carriera, sempre annullando match point, sempre a Roger Federer. Nel mezzo 22 titoli ATP e due medaglie alle Olimpiadi, una di bronzo, a Londra, nel 2012, una d’argento, a Rio de Janeiro, nel 2016. Un’immensità durante il triumvirato Roger-Rafa-Nole. Troppo poco per chi è stato defraudato di speranze e promesse.

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