Il seminatore uscì a seminare (Mt 13,1-23)
XV Domenica del Tempo Ordinario
Nella XV domenica del tempo ordinario, Matteo ci porta in riva al lago, lontano da ogni frastuono e agitazione per concedere una tregua al nostro spirito e farci udire una parabola di Gesù che invita a prendere posizione dinanzi alla sua Parola dinamica che interpella e invoca l’ascolto. Il Figlio celebra la vitalità della Parola che il Padre per mezzo di lui getta alacremente nei solchi della storia perché fruttifichi in opere di giustizia e di amore. C’è un evento, infatti, che innerva tutta la rivelazione biblica e il mistero dell’incarnazione: Dio parla e il suo dire crea. Egli, parlando, genera vita. Per ogni creatura umana, quindi, vivere significa ascoltare la Parola che crea vita e fa fiorire relazioni. Per questo Gesù parla: per narrare quel Dio che ama parlare e comunicarsi all’uomo. Per narrare il Padre, Gesù sceglie le parabole, diventa un grande narratore di parabole perché lui stesso è la parabola del Padre. Le parabole, considerate dall’esegeta tedesco J. Jeremias «un terreno storico particolarmente solido… parte della roccia primordiale della tradizione», non sono un modo qualunque per parlare di Dio, per raccontare il regno di Dio e il mondo di Dio, ma l’unico modo adeguato per parlare di Dio. Esse mettono una cosa accanto all’altra (da parabàllein, «mettere accanto»): parlano della realtà terrena (che conosciamo) e rimandano al divino (che non conosciamo), collegano fra di loro il mondo umano e il mondo divino, li mettono in relazione non solo in maniera analogica, ma li inseriscono l’uno nell’altro, li identificano. Le parabole parlano di Dio con immagini del mondo, si spingono a dire che il regno di Dio “è come…”, ma in quel “è come…” traspare anche il “non è come” che salvaguarda la consapevolezza della limitazione di qualsiasi discorso umano a proposito di Dio. La parabola che Gesù racconta nella Liturgia della Parola di questa domenica è estremamente semplice. Attinge ad un evento umano legato ai cicli della terra, a un gesto che ha tutto il sapore della ferialità: la semina. Gesù ne parla per rivelare l’agire di Dio nella storia: il Dio seminatore esce, fa il suo esodo nel mondo per seminarlo con la sua parola. Egli semina instancabilmente e ovunque, senza dribblare i luoghi ostili. Al suo ottimismo però si contrappone la presenza di un dramma: cadendo su alcuni tipi di terreni (strada, terreno sassoso e rovi), il seme non riesce a fruttificare. Sulla strada viene beccato dagli uccelli, nel terreno sassoso non riesce a mettere radici e tra i rovi viene soffocato. Solo la terra «bella» (kalḗ) fruttifica in percentuali differenti. Nell’ermeneutica che poi fornisce ai suoi discepoli, Gesù sostiene che ciascuno sceglie che tipo di terreno essere. La Parola, infatti, non va solo ascoltata ma anche compresa e la comprensione è legata alla sensibilità o alla durezza del proprio cuore. Solo chi ha un cuore tenero può comprendere la Parola e lasciarsi raggiungere dalla sua forza per essere plasmato, modellato, cesellato secondo la sua forma. Chi è duro di cuore, invece, resiste all’attività della Parola e sperimenta la cecità, la sordità e l’atrofia di tutti i sensi interiori. Il vero dramma dell’esistenza umana dunque è il rifiuto della Parola divina fruttifera e vivificante che è anche rifiuto della relazione con Dio e con i fratelli e che, in definitiva, è il back out della propria identità filiale. L’io filiale, infatti, vive di Parola, la ascolta, e, poiché comunionale, la trasmette agli altri. Nell’ascolto e nell’annuncio, infatti, vi è il motore della vita ecclesiale. La comunità, pertanto, può vivere solo se si fonda sulla Parola e se ne nutre, se le permette di circolare per attecchire nei cuori perché siano fecondi e “belli”, cioè aperti, sensibili, capaci di farsi casa per il Dio-Trinità d’Amore e per molti.
Commento di Rosalba Manes, consacrata dell’Ordo virginum e biblista

