Voi siete il sale della terra (Mt 5, 13-16)

V Domenica del Tempo Ordinario

“Voi siete il sale della terra e la luce del mondo”: è più di un’espressione, è la conseguenza degli inviti – beatitudini – della domenica precedente, dove Gesù ci dice chi siamo veramente alla luce del Battesimo, come suoi seguaci. Non è un’iniezione di incoraggiamento o un eccesso di buonismo, in cui il Maestro fa encomi gratuiti, ma lo sviluppo concreto della santità.
Siamo sale della terra: dobbiamo conservare la nostra identità e il rapporto che abbiamo con Dio, proprio come il rapporto del sale. Poiché i sacerdoti levitici non avevano una terra propria, Dio promise di provvedere a loro attraverso i sacrifici del popolo e chiamò questa promessa di approvvigionamento “alleanza del sale” (Numeri 18,19). Il sale è sempre stato noto per le sue proprietà conservanti ed è anche possibile che Dio abbia dato istruzioni sull’uso del sale affinché la carne durasse più a lungo e avesse un sapore migliore, e quindi fosse di maggior valore per i sacerdoti che dipendevano da essa per il loro cibo quotidiano.
Il sale, se perde sapore, non serve più a nulla, anzi viene calpestato. In questa ottica, diventare sale indica anche sapore: dare sapore alla nostra esistenza e appartenenza a Cristo. Non è un caso che nel vecchio rito del Battesimo un tempo si consegnasse il sale: veniva posto un pizzico di sale sulla bocca del neofito per indicare la sua missione. Perciò recuperiamo il nostro rapporto di sale e diamo valore a Dio, alla Parola, al patto di amicizia tra noi e Lui, che non è più sigillato nelle pietre ma nel cuore: un’alleanza scritta nei cuori (Geremia 31,33-34; 2 Corinzi 3,3).
Il sale è il primo grande elemento del Vangelo di oggi, che però viene collegato alla luce. Siamo anche luce del mondo perché viviamo di luce riflessa: Christe lux mundi, qui sequitur te, habet lumen vitae (canto di Taizé). La luce di Cristo scaturisce dalla Risurrezione, il fuoco nuovo che illumina tutto il mondo e la nostra vita. Sale e luce sono veramente connessi: ci ricordava anche un esegeta moderno che, se per sale intendiamo il salgemma, siamo chiamati dalla Roccia di Cristo a conservare tutto ciò che siamo e abbiamo ricevuto.
La luce è un dono di Dio che non va messo sotto un secchio o un moggio, ma sul lampadario, perché gli altri, vedendo le nostre opere buone, diano gloria a Dio. La luce che viene da Lui ci rende splendidi: “Guardate a Lui e sarete raggianti” (Sal 34,6). Questa luce è un’aurea di umiltà che aiuta ad avvicinare alla Parola di Dio. Non dobbiamo ostentare di essere luminosi, ma dobbiamo far vedere con opere vere ciò che abbiamo ricevuto.
Sant’Ignazio di Antiochia, nella lettera agli abitanti di Smirne, così scriveva: meglio essere cristiani senza dirlo che proclamarlo e poi non esserlo. La luce si vede dal lampadario e non bisogna nasconderla. I talenti di Dio vanno coltivati ogni giorno: se li seppelliamo, siamo servi fannulloni e malvagi che pensano solo ad arricchirsi da soli. La testimonianza di luce e di sapienza ci aiuti a essere cristiani autentici, che svelano il volto di Dio con i fatti e annunciano con la vita le grandi opere di Dio.

Commento di Padre Andrea Fulco