Una proclamazione di felicità. Tutti invitati alla festa del Regno (Mt 22, 1-14)
XXVIII Domenica del Tempo Ordinario
Una vibrante proclamazione di felicità. Una generosa offerta di salvezza gratuita per tutti. Un caldo appello alla responsabilità di ciascuno. Sono i passaggi che sembrano polarizzare il movimento della parabola, raccontata da Gesù ai capi dei sacerdoti del tempio e a scribi e farisei. Il contesto è drammatico. Il Maestro di Nazaret non sembra rassegnarsi al rifiuto opposto da Israele alla sua missione. E’ salito con i suoi nella città santa per rivolgere l’invito dell’ultima ora, ma i capi del popolo, i membri dell’alta aristocrazia nobiliare e sacerdotale, non solo respingono sdegnosamente l’invito. Peggio, hanno ormai deciso di mettere a morte l’ultimo inviato, lo stesso Figlio di Dio.
La parabola di questa domenica ci vuole rimettere in cuore alcune certezze che non dovrebbero mai appannarsi dentro di noi. La prima verità tiene presente la vicenda di Israele. Il popolo eletto era stato chiamato ad essere testimone dell’amore di Dio in mezzo alle nazioni e per annunciare la salvezza messianica, quando tutti gli uomini si sarebbero seduti a mensa, nel grande banchetto del regno di Dio. Purtroppo, preso da interessi esclusivamente umani, Israele ha rifiutato e ucciso i profeti che sopraggiungevano di volta in volta ad invitarlo. Alcuni hanno fatto come i primi invitati della parabola: hanno dato la precedenza ad altro da fare. Altri addirittura hanno considerato l’invito come una provocazione: hanno insultato i servi del re e li hanno uccisi.
Il messaggio è folgorante: l’invito a far parte del regno di Dio è il bene più grande, il tesoro più prezioso, la grazia più inestimabile. E’ davvero un “invito a nozze”: Dio ci supplica quasi in ginocchio e ci scongiura di condividere la sua felicità. Non dobbiamo allora rivedere certe visioni doloristiche della “volontà di Dio”? Se il Signore “vuole che tutti gli uomini siano salvi”, come pensare a un Dio che ci vuole costantemente “afflitti e piangenti”? come non pensare che, anche quando “contro il suo desiderio egli umilia e affligge i figli dell’uomo” (Lam 3,33), lo fa solo per procurarci una felicità “più certa e più grande”? Perciò il tesoro del regno di Dio deve essere posto al di sopra di tutto, e niente e nessuno deve essergli anteposto.
Inoltre la parabola ci vuole far capire che la grazia della salvezza è offerta a tutti, indistintamente. L’appello di Dio non pone condizioni preliminari e nessun uomo ne è escluso. Perciò la Chiesa deve rivolgere a tutti la chiamata alla salvezza. E ogni comunità cristiana deve essere una casa aperta a tutti, senza alcuna preclusione. E’ vero che “chi crederà e sarà battezzato sarà salvo” (Mc 16,16), ma è anche vero che Dio, “per vie solo a lui conosciute, associa ogni uomo all’evento della morte e della risurrezione di Cristo” (GS 22).
Ma la grazia – è la terza certezza – non si sostituisce alla nostra libera volontà. La misericordia del Padre non copre l’insensibilità e l’irresponsabilità dei figli. Pertanto non possiamo mai dismettere il nostro impegno di conversione permanente e di instancabile vigilanza, per non tradire o rinnegare la nostra fede.
Forse anche da noi oggi il rischio più sottile è quello che correvano le comunità che si specchiavano nel vangelo di Matteo: la tentazione di pensare che in fondo basti poco per salvarsi: magari qualche sporadica beneficenza, una spruzzatina di acqua santa ogni tanto, forse un’accoglienza puramente formale del vangelo. Se la fede proclamata non si incarna in una vita convertita, se non si prolunga in una condotta morale fedele e coerente – ecco la veste nuziale – un giorno, anche se avremo fatto molti miracoli e scacciato molti demoni, non ci basterà dire: “Signore Signore” per partecipare alla festa nel regno dei cieli.

