Editoriali
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I luoghi dell'abbandono

C’è un filo che unisce il pensiero sui fatti di ieri al pensiero sui fatti di oggi.

I luoghi dell'abbandono

“La gente che ci segue lo fa per scoprire il fascino delle vite vissute dietro quelle mura oggi cadenti”.
Denis Vezzaro, 40 anni, fotografo e responsabile dell’associazione “I luoghi dell’abbandono” spiega così il successo che sta avendo la sua iniziativa di scoprire e di far riscoprire parchi, fabbriche, manicomi, ville, dove la vita si è fermata da molto, dove il silenzio ha preso il posto dei rumori e delle voci, dove si possono ancora leggere tracce di messaggi lontani.
A volte la cronaca stupisce per la sua capacità di far nascere domande raccontando di piccole cose che sembrano frutto di qualche mente vagabonda, che sembrano distanti dalla realtà e meritevoli quindi solo di un velocissimo cenno mediatico.
Colpisce nel racconto di alcuni percorsi in luoghi abbandonati l’incontro con un abbandono ancor più grave di quello ambientale, l’abbandono della dignità della persona.
“Venire in posti come questi – dice Denis Vezzaro parlando di un ospedale psichiatrico infantile chiuso nel 1970 e che comprendeva una cameretta di punizione per i piccoli – permette di scoprire qualcosa legato alla storia di bambini che venivano maltrattati”.
“Se riesci a sentire che cosa succedeva qui dentro, che cosa provavano i bambini chiusi che guardavano fuori, oltre le inferriate, senti anche un brivido”.
Lo stesso che si dovrebbe avvertire guardando i bambini chiusi nei campi profughi o stipati su un barcone in balia delle onde e dell’indifferenza.
Colpisce anche il racconto di un’antica fabbrica dismessa che lascia intravvedere i segni del lavoro, della fatica, della dignità di persone umili e della bellezza dell’opera compiuta. E l’abbandono di tutto questo scava nei pensieri dei visitatori.
Cresce il numero delle persone che accolgono l’invito di un’associazione che non cerca e non vuole cacciatori di fantasmi, spiritisti, ghosthunter.
È il richiamo della memoria che muove i passi dei visitatori nei luoghi dell’abbandono, un richiamo che dopo la sosta li sprona a proseguire con un motivo in più per costruire un futuro migliore.
Li accompagna la responsabilità di cittadini che nel prendere atto di un degrado si chiedono come sia potuto accadere e come, chi aveva il compito di tutelare, non lo abbia svolto.
Basteranno le motivazioni di una crisi economica a spiegare l’abbandono oppure qualche domanda deve rivolgere a se stessa una cultura che ritiene più facilmente raggiungibile il futuro se viene gettato l’ingombro della memoria?
E qui, senza forzatura e senza retorica, anche l’esperienza proposta da “I luoghi dell’abbandono” diventa una delle occasioni per riflettere sul ruolo della cronaca, che ha nell’istante il riferimento imprescindibile.
Quando l’istante della cronaca viene letto come ponte tra il passato e il futuro si può creare un interessante dialogo tra quanti abitano la mediasfera con responsabilità differenti.
Chi legge la notizia di un passaggio riflessivo di persone in un manicomio per bambini e in una fabbrica dismessa, in un parco giochi diventato discarica capisce che la cronaca, nella sua rigorosità ed essenzialità, propone un percorso che attraversa e va oltre il valore “archeologico” di un luogo ed entra nella dimensione dell’anima, del pensiero, della relazione. Immaginare la sofferenza di bambini dentro un ospedale psichiatrico e l’amarezza di operai di una fabbrica chiusa per sempre significa vedere la sofferenza di bambini dietro un filo spinato o sui barconi e l’amarezza di quella “generazione perduta” fatta di giovani senza lavoro. L’abbandono di ieri, l’abbandono di oggi.

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