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Sant’Aniello, una storia di umile bellezza

Tra arte e devozione una Chiesa faro per i fedeli

Sant’Aniello, una  storia di umile bellezza

«La parrocchia di Sant’Aniello è sorta sul finire degli anni ’50 per volere dell’Arcivescovo Aniello Calcara, in un momento in cui iniziava l’espansione urbanistica della città verso Nord; all’epoca, era ancora un quartiere popolare e, poi, dove oggi insiste la via Panebianco, c’era molta campagna attorno. Calcara si affidò per la realizzazione della struttura all’ingegnere Domestico, che lavorava anche per la Conferenza Episcopale Italiana in quel tempo. La chiesa risente un po’ dell’impianto tipico di quegli anni a cavallo tra gli anni ’50 e ’60. Una chiesa dalla struttura e dagli arredi, in un certo senso, eclettica e che oggi stiamo cercando di rendere meno “devozionale”, più minimalista», così introduce don Salvatore Fuscaldo, attuale parroco. La nuova parrocchia è stata dedicata a Sant’Aniello, per gratitudine a monsignor Calcara. Affidata a monsignor Giuseppe Lamanna, che era coadiuvato nell’attività pastorale dal fratello, don Luigi; nel ‘58 è stata posta la posa della prima pietra e nel 1962, alla presenza del nuovo arcivescovo monsignor Picchinenna è stata inaugurata la nuova chiesa. Parimenti alla preparazione del terreno per la fondazione della struttura della chiesa, quello “spirituale”, invece, è stato dissodato e arato dalla venerabile donna Lisetta e dalle suore miceline, che prima ancora che sorgesse la parrocchia era stata invitata dal parroco di Piazza Loreto, territorio in cui allora ricadeva, aveva voluto la loro presenza: il seme della Parola di Dio, anche grazie al loro operato, ha trovato il giusto terreno per portare frutto. Dal 1972 in poi è stata affidata a don Ciccio Miceli, fratello di Lisetta e anche di Alda, una delle poche donne uditrici ai lavori del Concilio Vaticano II. In seguito, la guida pastorale della comunità è stata data a monsignor Bonanno, attuale Vescovo di San Marco Argentano-Scalea, il quale si è trovato a gestire una realtà che ricadeva su di un quartiere popoloso di circa quindicimila abitanti, tanto che si è pensato di smembrare il territorio, creando una nuova realtà parrocchiale Santa Maria Madre della Chiesa. «Dal punto di vista artistico, la chiesa fu realizzata secondo le caratteristiche delle strutture edificate tra gli anni ’50 e ’60: in cemento armato con mattoni a vista, che purtroppo in seguito, per un gusto estetico mutato nel corso degli anni, sono stati coperti; e, invece, avevano il loro senso e la loro bellezza poiché richiamavano un determinato contesto», continua don Fuscaldo. Tra i tesori contenuti all’interno della chiesa troviamo un affresco sul Giudizio Universale del maestro Guido Aloisio, che fa da sfondo alla navata centrale, voluto dal parroco Miceli e letto in chiave contemporanea: in esso sono raffigurati i martiri della violenza nel periodo della Brigate Rosse, come Aldo Moro. La figura del Cristo appare quasi sdegnata e arrabbiata, come se volesse fermare questa spirale di violenza. Nell’affresco, viene richiamata anche il ritratto di un ragazzo della parrocchia morto a causa di un incidente stradale, Antonello Russo, i cui familiari avevano voluto offrirlo in dono. Alla figura della Madonna, vicino al corpo del giovane esanime, è rappresentata donna Lisetta Miceli. Alla fine degli anni ’90, monsignor Leonardo Bonanno ha dato un riordino dal punto di vista liturgico a partire dall’area presbiterale: il tabernacolo, arricchito dal mosaico dai temi apocalittici, realizzato da don Giampiero Arabia «che rappresenta l’agnello immolato seduto sul libro dai sette sigilli. E così, l’ambone e anche la mensa un po’ spostata e quadrata, come era nelle chiese antiche paleocristiane per sottolineare anche quello spazio e quell’attenzione all’immagine di Cristo. Degno di nota il crocifisso sull’altare degli anni’60 e la statua del santo titolare in legno di ortisei. Altra particolarità, sempre opera di Arabia, nel pavimento marmoreo della navata centrale, vi è questa sorta di croce stilizzata che parte dall’ingresso e arriva a ricomporsi sull’altare, giocando su questi intarsi di marmi, come una sorta di croce come albero della vita». Tra le altre opere degne di nota, nella facciata una vetrata istoriata voluta da monsignor Bonanno nell’anno dello Spirito, voluto da Giovanni Paolo II, in preparazione del Giubileo: rappresenta lo Spirito sulla Chiesa in cammino. don Enrico, parroco dal 2002 al 2006, ha arricchito con vetrate dipinte in ciascuno parete laterale, in cui sono raffigurati i santi calabresi e dall’altra vengono richiamate le beatitudini e nell’altra episodi del vecchio testamento. 

Un patrimonio “nascosto” da rivalutare

Cattura

Nella cappella feriale laterale, alla destra della navata centrale rispetto a chi entra dal portone centrale, oggi utilizzata anche con funzioni diverse per accogliere gruppi in preghiera, si trova un Crocifisso, di maestranza toscana dalla forma alquanto originale: si tratta di un crocifisso ligneo che si concentra, soprattutto, sulla parte superiore. Il senso dato dall’artista è quello di volere mettere in luce l’abbraccio di Cristo che comprende tutta l’umanità. Il Crocifisso si apre e si richiude: l’umanità abbracciata dal Salvatore, dunque, è al sicuro tra le sua braccia. Tra gli altri oggetti di valore artistico e simbolico presenti in diversi ambienti della chiesa, senza alcun dubbio, merita attenzione un dipinto posto dietro il fonte battesimale, realizzato da un’artista locale, Tina Garofalo, che oggi risiede e opera a Fimefreddo. L’opera rappresenta le acque a ricordare l’acqua viva dello Spirito che rigenera a nuova vita: ecco perché è stato posto laddove vi è il fonte. L'acqua è l’elemento fondamentale per ogni battezzato. E, infine, tra gli arredi che ci hanno particolarmente colpito, il porta cero pasquale, realizzato da Arabia, che raffigura i quattro evangelisti. Molte altre sono le bellezze, a volte umili nel valore artistico, ma preziose per la comunità orante, frutto di donazioni. Ultima nota: nella chiesa vi era una copia della Madonna del Pilerio dell’800 oggi custodita al Museo Diocesano.

Sant’Aniello, una storia di umile bellezza
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