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L'arcivescovo Nolè: la vera felicità si conquista con l’impegno, con la fatica, con il lavoro onesto. Acquisire una coscienza morale - aggiunge il presule cosentino -  significa guardare lontano

Mons. Nolè: nell'aiutare gli altri si conquista la vera felicità

Il Discorso integrale di Mons. Francesco Nolè, Arcivescovo di Cosenza – Bisignano agli studenti dell’Unical, Facoltà di Scienze dell’Educazione, in occasione della Giornata Mondiale dei Poveri.

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Le nuove povertà

Perché Papa Francesco ha istituito la giornata mondiale dei poveri per la XXXIII Domenica del Tempo Ordinario, al termine dell’anno liturgico?

Il Pontefice, a conclusione dell’Anno della Misericordia, nella lettera pastorale Misericordia et Misera del 20 novembre 2016,  ha riportato un’espressione di S. Agostino che commenta l’incontro di Gesù con la donna  adultera trascinata davanti a Lui per essere lapidata, perché colta in flagrante adulterio (Gv 8, 1-11). Gli chiedono: «La dobbiamo lapidare, come prescrive la nostra Legge ? Tu cosa dici?» E Gesù, invece di rispondere, cominciò a scrivere per terra e così andarono tutti via e poi, conclude Agostino, «rimasero là in mezzo solo la Misericordia e la miseria» (Commento al Vangelo di S. Giovanni, Omelia 33). La divina Misericordia s’incarnava in quel momento nelle parole di Gesù: «Donna, nessuno ti ha condannata? Neanche io ti condanno!»  E poi aggiunge: «va’ e non peccare più». Non basta dire solo “va’ ”. Per chi crede è un impegno; per chi non crede è un invito: «Va’ e non fare la stessa cosa, non fermarti più all’osservanza della legge, ma guarda la persona da salvare. Va’, e se  la legge non comporta  nocumento ad alcuno, superala con la misericordia». Ma nello stesso tempo si comprende che non si può  vivere più come prima, bisogna cambiare, convertirsi all’amore, alla misericordia, guardando il prossimo con occhi nuovi, luminosi e misericordiosi.

In questo caso Gesù non solo ha salvato una donna da una morte sicura e atroce, come era la morte per lapidazione, ma non ha fatto male a nessuno e ci ha mostrato il vero e concreto volto della misericordia del Padre. Cristo, infatti, è il vero volto misericordioso del Padre. Egli, da ricco e onnipotente, si è fatto povero e crocifisso. Ecco il significato teologico e liturgico della festa di Cristo Re dell’universo, che celebriamo nell’ultima domenica dell’anno liturgico; un Re che regna crocifisso, indifeso, inerme, con il solo potere dell’amore che si dona tutto e per tutti, soprattutto per i peccatori: «oggi stesso sarai con me in Paradiso», dice al ladrone pentito (Lc 23, 43).

Il termine greco “Kenosis” indica bene il senso profondo dell’Incarnazione di Gesù: non significa soltanto farsi povero, ma svuotare se stesso, fare spazio, rinunciando volontariamente a tutto quello che si ha; e la cosa più difficile a cui rinunciare è la propria volontà, per fare spazio alla volontà di Dio.  Per Dio farsi uomo è un abbassamento, una kenosi, è un divenire piccolo e povero perché ognuno di noi potesse riconoscerlo e accoglierlo nella propria vita.  

Ecco perché il Papa ci ricorda che non possiamo concludere l’anno della misericordia senza ricordarci ogni anno che Cristo, per farsi misericordioso, si è fatto povero; e si è fatto povero perché ognuno di noi potesse accogliere la sua presenza. Immaginiamo se Egli fosse venuto ricco e avesse dimorato in palazzi regali: non tutti avrebbero potuto avere accesso alla sua Persona; se fosse rimasto distaccato, magari un re, un profeta, un potente, o anche soltanto un sacerdote, che celebrava i misteri chiuso nel sancta sanctorum: avrebbe vissuto una vita separata dal popolo e incompresa dai poveri.

Cristo si è fatto povero, nella carne, nel sangue, e si è fatto simile a noi in tutto, eccetto il peccato; ha preso tutta la realtà della natura umana per donare a ciascuno la possibilità di salvarsi!

S. Paolo, parlando della kenosi di Gesù, invita noi cristiani a completare nella nostra vita, nella nostra carne, ciò  che manca alla sofferenza di Cristo (cfr .Col 1, 24). Che cosa è mancato alla vita di Gesù? Per esempio Egli non ha conosciuto la vecchiaia, perché è morto giovane;  non ha conosciuto quindi le povertà degli anziani:  l’Alzheimer, la demenza, il Parkinson, la solitudine, l’abbandono, così come non ha conosciuto il nostro modo di vivere nella società di oggi,  la precarietà della nostra vita, nonostante l’allungarsi dell’età, la dipendenza dal giochi e da sostanze fuorvianti, e così via. Se Cristo è venuto a mostrarci il volto  della Misericordia del Padre, noi, pur con la nostra debolezza e le nostre povertà,  lo dobbiamo completare in noi e nella vita dei fratelli e delle sorelle con cui viviamo.

Solo così possiamo accorgerci che intorno a noi non  c’è solo fame e sete di cibo e il bisogno di un tetto stabile. Viviamo in un mondo che possiamo definire “liquido”, invisibile, che a noi chiede tanto nella misura in cui impariamo a conoscerlo;  ha bisogno soprattutto della nostra compartecipazione, del nostro esserci.

Cosa possiamo fare oggi per aiutare i nuovi poveri? Anzitutto dire: «io ci sono». Questo dovremmo dire tutti i giorni:  «Io voglio esserci nella società di oggi, io voglio essere protagonista, per poter comprendere tutta la realtà, attraverso i mezzi di comunicazione ma anche e soprattutto attraverso la testimonianza; voglio dare un contributo, a cominciare da me, dalla mia famiglia, dai miei amici, dal mio quartiere. Voglio contribuire a sconfiggere le nuove povertà. Quali potrebbero essere queste nuove povertà?

Tanto per fare degli esempi: i numerosi nuclei familiari con un solo reddito;  uomini e  donne soli, senza lavoro, completamente dipendenti dai loro genitori, come tanti studenti universitari pendolari costretti a vivere fuori ma sempre e comunque a carico dei familiari e, per questo, con la  vergogna di chiedere anche qualcosa di necessario perché i loro genitori già compiono troppi sacrifici per farli studiare.

Pensiamo all’incompatibilità tra i tempi di lavoro e il tempo per la cura dei figli: spesso i genitori devono affidarli ad altri, e magari anche pagare per questo.

Pensiamo alla povertà di tante nascite fuori dal matrimonio, per cui la donna è costretta a guardare avanti per due, senza un lavoro e un sostegno familiare. Pensiamo poi ai migranti invisibili, gli immigrati di cui nessuno sa nulla. Si calcola che in Italia  ci sono più di dodicimila bambini sbarcati da vari paesi e che ora non si trovano più. Che fine hanno fatto? Vengono sfruttati in modi diversi e per motivi diversi;  sono invisibili ma ci sono, e noi non possiamo rimanere in silenzio, con la coscienza e il cuore chiusi di fronte a queste realtà.

Pensiamo al famoso fenomeno sociale dei Neet”, costituito da giovani fra i quindici e i ventinove anni che non lavorano, non sono iscritti all’università, non si preoccupano per il futuro, vivono sfiduciati, annoiati e ripetono spesso: «tanto a che serve, nessuno si prende cura di me!»; pensiamo a quante possibilità di lavoro i nostri giovani  cercano di accedere, ma quasi sempre nessuno risponde. Così essi si sentono sempre più sfiduciati e frustrati.

Pensiamo poi ai  lavoratori poveri, che guadagnano il necessario per sopravvivere, non per vivere, magari in una famiglia numerosa e monoreddito. E stranamente tra i nuovi poveri totali non ci sono  gli anziani perché essi hanno la loro pensione, ma i lavoratori, i giovani, che spesso non hanno la possibilità di accedere a diversi servizi di prima necessità, perché magari una politica per famiglie numerose, con difficoltà serie da affrontare, ammalati e disabili di cui prendersi cura,  non esiste in maniera soddisfacente e corrispondente alle esigenze e ai bisogni.

Insieme a tante altre  situazioni simili che molti di voi conoscono e vivono, ci sono anche numerose povertà morali; come si possono chiamare i  dipendenti da alcol, droga, se non  poveri?

La responsabilità morale non interpella solo loro, ma è povero anche chi li sfrutta e chi si arricchisce con i loro soldi. Pensate a tutto mondo della delinquenza, in particolare nell’ambito giovanile. Mi è rimasto nella mente, alla mia  prima visita alla Casa Circondariale di Cosenza, l’incontro con un detenuto giovane che avevo incontrato qualche giorno prima, che si trovava lì perché  costretto a spacciare droga per procurarsi i soldi e, dunque, per sopravvivere.

Questi sono i nuovi poveri, e ce ne sono tanti altri che potreste conoscere solo se vi fermaste a riflettere e ad osservare il mondo che ci circonda con più attenzione e compassione.

Ci sono anche i ricchi poveri, che possiedono ricchezze, ma non hanno valori, non hanno dignità. Non hanno felicità vera, quella che si conquista con l’impegno, con la fatica, con il lavoro onesto. S. Giacomo ci ricorda che i ricchissimi difettano di onestà,  per lo meno nella distribuzione della ricchezza di cui godono (cfr. Gc 5, 1-6). Noi magari ci sforziamo di capire come possiamo aiutare queste persone, come possiamo andare incontro alle loro difficoltà e dare una risposta credibile, ma poi c’è chi sperpera la ricchezza  o la usa in maniera indegna e disonesta, e allora si dovrebbe  ricercare la pazienza e il coraggio di annunciare anche ad esse il vangelo della misericordia e della povertà, come carta di identità per far parte del Regno di Dio!

S. Ambrogio diceva che i ricchi hanno un modo per salvarsi: distribuire le loro ricchezze ai poveri, facendoli partecipi di beni che non appartengono solamente a loro, ma anzitutto al  Creatore che li ha donati. Questa non è elemosina, diceva S. Francesco: questa è restituzione. I beni non sono nostri, ci sono stati affidati e noi li dobbiamo saper amministrare.

E nell’amministrazione dei beni e del bene comune,  non possiamo pensare solo a noi stessi, alle nostre famiglie; non possiamo  fermarci soltanto  al nostro interesse, perché tutti  siamo stati costituiti come fratello e sorella nella comune umanità. Forse oggi manca proprio questa capacità di guardare all’altro come un fratello; forse oggi ci si ferma a guardare a quello che serve, senza pensare al domani, e dunque quello che abbiamo lo consumiamo, lo sperperiamo, e qualche volta addirittura lo sprechiamo  e lo buttiamo via. Ma se pensiamo che domani si potrebbe avere la stessa necessità ma non ci sarà più la stessa fortuna, ci si accorgerà di essere stati come le vergini non prudenti, che hanno portato soltanto l’olio che serviva per quell’ora, ma non la riserva per l’imprevisto. 

Qual è, dunque, la riserva nostra?  Io direi che è la formazione di una coscienza morale, laica o religiosa, che deve  interpellare ogni uomo e ogni donna di buona volontà. Acquisire una coscienza morale significa guardare lontano. Mi piace molto ricordare quell’affermazione di  De Gasperi, il quale diceva che uno statista, a differenza del politico, non guarda alle prossime elezioni, ma alle prossime generazioni! Questo significa avere uno sguardo profetico, lungimirante. Ciò che oggi sembra impossibile domani sarà possibile. Lo sviluppo continuo della tecnologia ci ricorda proprio questo. Quando lo  sviluppo è sganciato dalla retta responsabilità dell’uomo, può fare pazzie. La scoperta dell’atomo, per esempio, da risorsa straordinaria per l’intera umanità è diventata  strumento di morte e di distruzione universale.

Da chi dipende tutto ciò? Dall’uomo, dalla sua retta coscienza morale, che non guarda all’interesse di oggi, ma guarda ad un’attenzione di misericordia per le nuove generazioni, per diventare prossimo nei confronti dei fratelli che tutti i giorni si incontrano. Quanti poveri troviamo fermi ai semafori. Non è importante solo dare loro  una monetina, che forse in quel momento non abbiamo, ma un sorriso, un minuto di pazienza, di attenzione, lo possiamo dare tutti.

Costruire una coscienza morale è aprirsi agli altri, pensare che non possiamo risolvere da soli tutti i problemi; non possiamo essere felici da soli, e neppure solo col cellulare, con internet, davanti ad uno schermo o ad un televisore. Potremo trovare delle informazioni, degli scambi, ma certamente non troveremo la felicità né tantomeno la possibilità di instaurare un dialogo con gli altri.

Creare degli spazi di dialogo, quanto è importante! Solo così si può scoprire ciò che ognuno di noi ha dentro di sé un mondo straordinario, affascinante da  scoprire e da conoscere; un mondo di valori, di doni ricevuti e magari, per paura o per ignoranza, rimasti nascosti. Abbiamo una ricchezza dentro, che spesso vorrebbe  esplodere, ma poi rimane così com’è, oppure esplode facendo del male. E’ davvero importante, allora, creare spazi di dialogo, di relazione,  in qualsiasi luogo ci si trova.

Non smettiamo di ascoltare l’altro.  Se c’è un organo importante nella Sacra Scrittura, soprattutto nell’Antico Testamento, questo è l’orecchio; più volte si parola di ascolto: «Ascolta, Israele» (Dt 6, 4). Per ascoltare ci vuole pazienza, apertura di cuore,  generosità, disponibilità. Quando si va in crisi in una famiglia, in un’amicizia? Quando non ci si ascolta più. Si sente uno che parla ma non lo si ascolta. Non c’è capacità di risposta, non si dialoga, non si prendono più decisioni insieme. Questo è l’aborto delle relazioni.

Impariamo ad ascoltarci! Quanta povertà si potrebbe arricchire in questo modo! Sto parlando, in particolare, della povertà della solitudine. Quante volte ci sentiamo soli, incompresi, non amati, aridi, perché magari non amiamo noi stessi e non riusciamo ad esprimere ciò che siamo. Romano Guardini, noto teologo tedesco del secolo scorso,  affermava che l’uomo è un essere in relazione, e se perde l’altro, se perde il “tu”, perde anche  se stesso, perché non riesce più ad esprimersi.  Dio, che è l’essere in relazione per eccellenza, in permanente relazione di amore perché è Trinità, ha mandato il Figlio per relazionarsi con l’umanità. E l’ha fatto parlando agli uomini, instaurando un dialogo con essi,  nella verità del suo mistero d’amore.

Non è facile, però, per noi, metterci in dialogo nella verità. Noi a volte facciamo finta di  dialogare, diciamo solo quello che conviene, quello che ci interessa, quello che non dispiace, temendo di offendere l’altro; in realtà questa è una mancanza di fiducia.

Dire sempre la verità può diventare anche un atto di carità vera;dire al fratello: «tu stai sbagliando» è un atto di carità, perché così si può riportare  un fratello o una sorella nella verità. Allora ci si accorgerà che le nuove povertà non sono solo mancanza di cibo, di bevande, di beni materiali, ma anche e soprattutto  mancanza di speranza,  di gioia, di valori che non ci mettono in  relazione con gli altri.

A Casa Nostra, accanto all’Episcopio di Cosenza,  è attiva  una mensa quotidiana.  La maggior parte delle persone che vengono lì ogni giorno non sono poveri di beni materiali, sono poveri di relazioni umane; hanno bisogno di  trovare qualcuno che li ascolti, che dialoghi con loro; e ci siamo accorti che ci sarebbe   bisogno di altri servizi per restituire loro la dignità umana, e non  soltanto un pasto caldo preparato dai generosi volontari.

Avere una giornata in cui si ricordano i poveri significa, dunque, per noi cristiani,  riflettere su noi stessi, sulla nostra capacità di metterci in discussione e quindi di relazionarci con gli altri, soprattutto con i poveri, gli ultimi, gli emarginati della società.

Dovremmo tenere sempre presente, secondo l’insegnamento del Vangelo, che il regno di Dio è aperto a tutti, ma non è di tutti, è solo dei poveri. Beati i poveri in spirito perché di essi è il regno dei cieli (Mt 5,3). Se noi pensiamo di essere autosufficienti, autonomi, perché possediamo tante ricchezze umane, non siamo parte del regno di Dio. Se non diventerete come bambini non entrerete nel regno di Dio (Mt 18,3). L’uomo  che non si affida solo a se stesso, alle sue convinzioni, ma si affida a Dio e si fida del prossimo, comprende che non può vivere da solo, e se non si mette in relazione non è felice. Il regno di Dio è il regno della felicità, non è il regno dei disperati o dei miserabili, ma dei poveri felici!

Francesco d’Assisi, quando capisce che il Regno di Dio è così importante, lascia tutto, e non solo le ricchezze materiali. Ha voluto rinnovarsi totalmente, a cominciare dall’abito, a forma di croce, e poi la tonsura,  non avendo più cura del corpo eccetto che del necessario perché esso potesse contenere lo spirito. Egli ha compreso che a volte tutto ciò che appare è di impedimento all’essere, a ciò che siamo veramente.

Pensiamo a  quante volte il nostro modo di presentarci, che magari ostenta ricchezze e nuove mode, crea barriere e distanze e ci impedisce di dialogare, di confrontarci. Questi sono ostacoli al nostro cammino verso il Regno di Dio. Francesco ha capito tutto questo, e nell’atto di restituire a suo padre i vestiti che portava addosso ha manifestato a Dio e al mondo la sua volontà di rinnovarsi totalmente: «da questo momento non obbedisco più a Te ma al Padre che è nei cieli». Pensiamo anche alla scena del taglio di capelli di Chiara, come segno di distacco dal mondo.

Farci poveri per una scelta d’amore e ritornare all’essenziale: questo ci  permette, al di là delle apparenze, di entrare davvero nel mistero di noi stessi e partecipare al Regno di Dio. Ritornare in noi stessi e fare la grande scoperta che ci ha rivelato S. Agostino:  «Signore, io ti cercavo dappertutto, poi ho fatto la grande scoperta: Tu sei dentro di me» (cfr. La Vera Relig. 39, 72).

Cosa possiamo fare oggi? Voi giovani, cosa potete fare? Ciascuno di voi, cosa può fare? Anzitutto essere se  stesso, portatore di speranza, di futuro, di apertura verso orizzonti nuovi, guardando il mondo con occhi nuovi, occhi belli, limpidi, con la bellezza che viene da una coscienza riconciliata.  Sapete chi è veramente felice? Chi è riconciliato con se stesso. Spesso noi non lo siamo perché vi sono periferie della nostra vita che non conosciamo, che non abbiamo mai visitato. Sarà di natura fisica, intellettuale, culturale, morale, familiare, ma è un luogo che dobbiamo visitare, una periferia con la quale dobbiamo riconciliarci.

La persona riconciliata è una persona felice, che sa guardare l’altro nella verità, che non si nasconde, non cammina a testa bassa, non vive nelle tenebre. Noi dobbiamo vivere nella luce; il giovane per definizione è luce, perché la sua vita risplende di quella freschezza che gli viene dal coraggio di scegliere il bene e non il male, dalla volontà  di non frequentare ambienti malsani, fisici, ma anche e soprattutto mediatici; la speranza e i giovani camminano insieme, perché ambedue guardano al futuro!

Possiamo allora ben comprendere il motivo per cui Papa Francesco ha istituito  la giornata mondiale dei poveri. Anzitutto perché vuole richiamare alla nostra attenzione un aspetto fondamentale della fede: la povertà di Gesù. Guardiamo al Cristo, nostro Re crocifisso, che regna dalla croce, inchiodato, al momento culminante del suo svuotamento. Guardare il Crocifisso vuol dire guardare il Regno di Dio, un Regno di servizio, di disponibilità, un Regno che non si compie nella violenza, ma che si realizza  nell’amore. Il compimento dell’amore è dare tutto se stesso all’altro gratuitamente. Questo è l’amore vero, e voi di questo amore siete assetati e portatori. 

I giovani, infatti, non possono non pensare ad un amore duraturo, vero, dove ci si scambia la vita con l’altro. E tutti sappiamo che quando questo amore non si alimenta la persona si indebolisce, diventa fragile, ferita. Molte ferite non possiamo prevenirle, ma possiamo curarle guardando il Crocifisso,  immobile, fermo, indifeso,  sanguinante, che dona la vita  a chi gliela chiede, senza riserve.

Il Santo Padre, che  è un uomo di relazione, sempre desideroso di istaurare dialogo sincero con tutti,  un uomo solare, e spesso anche schietto ed immediato, ha voluto dare a questa prima giornata mondiale dei poveri un tema  tratto dalla  prima Lettera di Giovanni: «non amiamo a parole, né con la lingua, ma con i fatti e nella verità» (1Gv 3, 18). Questo scritto del Nuovo Testamento si basa su due fondamenti;  anzitutto sul fatto che Dio ci ha amati per primo, senza aspettare che noi lo amassimo. E poi Egli non  ci ha amati per i nostri meriti; ci ha amati così come siamo, con la speranza che donando tutto Se stesso potessimo imparare da Lui cosa  significa amare come ama Lui. Solo così può nascere un dialogo d’amore, fondato sulla gratuità.

Proprio questo modo di amare dovrebbe animare le nostre famiglie, in cui si dovrebbe fare a gara non a chi possiede di più, a chi vale di più, a chi è più bravo, a chi ha ragione,  ma a chi dona di più all’altro.  Impariamo da Gesù, che ha donato tutto se stesso, anche la vita, per la nostra salvezza. Egli avrebbe potuto salvarci in altri modi, ma ha scelto la via della donazione totale, perché il suo è un amore  troppo grande: non poteva non essere donato.

S. Massimiliano Kolbe, grande figura di santità nel periodo della Seconda Guerra Mondiale,  prigioniero nel campo di concentramento ad Auschwitz, ha donato la sua vita per un condannato a morte. Egli non era stato scelto per andare a morire di fame, ma ha sostituito volontariamente un padre di famiglia, con moglie e figli di cui doveva prendersi cura. Padre Kolbe chiede di morire al suo posto, realizzando  così   una sequenza di fatti straordinari, che voglio definire “ miracoli della carità”,  che colpisce ed impressiona, perché fa capire come l’amore possa davvero scuotere le coscienze, anche quelle più dure.

Ecco alcuni esempi: nel campo di concentramento non era permesso ad alcun prigioniero di fare un passo avanti; chi provava a muoversi  veniva fucilato all’istante. S. Massimiliano non solo non venne fucilato, ma addirittura è riuscito a creare un dialogo con quegli uomini violenti e sanguinari, che hanno accettato  di ascoltarlo.  Ai prigionieri non era permesso dialogare con i superiori e il comandante gli chiese: «Cosa vuoi?»; Egli rispose:  «Voglio morire al posto di quest’uomo». Non era mai successo prima di allora che la richiesta venisse accettata. I testimoni sopravvissuti hanno riferito che solitamente dal bunker della fame si sentivano solo lamenti, urla, strazio, disperazione. Appena uno dei prigionieri moriva, gli altri gli saltavano addosso per divorarlo. Nei  giorni in cui nel bunker ci fu  Massimiliano Kolbe si sentivano solo preghiere e canti. Quando i carnefici tornarono per liberare il bunker dai cadaveri, perché serviva per altri prigionieri, videro che tutti erano morti  eccetto Massimiliano, perché il Signore aveva permesso che fosse proprio lui ad accompagnare serenamente gli altri nove disperati nel momento conclusivo della vita,  in maniera dignitosa e serena.  Lo uccisero con un’iniezione di acido fenico.  Da quel momento la famosa formula nota già nella letteratura latina «homo homini lupus», ripresa poi nel XVII secolo dal filosofo inglese Thomas Hobbes, con la testimonianza di S. Massimiliano diventa semplicemente «homo homini»: l’uomo non è un lupo per l’altro; è uomo e basta. Questo gesto di umanità ha cambiato la storia, come il seme, il chicco di grano caduto in terra, che muore e porta molto frutto.

Un amore così grande non può rimanere senza risposta. Il Papa è convinto che le coscienze di per sé sono sensibili ma spesso sono pigre; ecco il compito educativo della pedagogia: far emergere  dal profondo di ogni giovane ciò che di bello, di buono e, addirittura, di esplosivo c’è nel loro cuore.

Siate sempre capaci di amare, iniziando da voi stessi, guardando con gli occhi della fede a Colui che rende possibile ogni cosa. Da soli non ce la possiamo fare e per questo Egli ci ha promesso che rimarrà con noi per sempre;  è una presenza reale: «dove due o tre sono riuniti nel mio nome io sono in mezzo a loro» (Mt 18, 20).

In mezzo a noi c’è il Signore. Facciamogli spazio, dunque, apriamo il nostro cuore, e proviamo ad ascoltare questa voce che non ha chiesto nulla in cambio, dando la sua vita, ma vuole farci felici. E’ l’augurio di bene che rivolgo a tutti voi, perché possiate raggiungere la vera felicità, quella duratura, lasciando che Cristo stesso vi arricchisca di tutti i doni della sua grazia per mezzo della sua povertà, che è la vera ricchezza della vita!  

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