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Fatima: chiusa l'inchiesta diocesana sulle virtù eroiche di suor Lucia

L'annuncio del rettore del Santuario mariano nell'anno centenario delle apparizioni. Ora comincia la fase romana della canonizzazione.

Fatima: chiusa l'inchiesta diocesana sulle virtù eroiche di suor Lucia
Fatima

Annunciata a Fatima dal rettore del santuario P. Carlos Cabecinhas la chiusura dell'inchiesta diocesana sulle virtù eroiche di suor Lucia che avverrà a Coimbra il 13 febbraio, anniversario della morte. All'annuncio era presente anche il Vescovo Virgilio do Nascimento. E così comincerà la fase romana della causa di canonizzazione.

La biografia dei pastorelli di Fatima (fonte http://www.fatima.pt/it/pages/vita-e-spiritualita)

«Senza amore non ci sono occhi che vedano» / Miguel Torga

 «Ha disperso i superbi e ha innalzato gli umili» (Lc 1,51-52)

La vita di Lucia, Francesco e Giacinta, piccoli pastori di Fatima, è una storia di grazia e misericordia. In questi bambini vediamo messa in atto la stessa forza paradossale che sigilla tutta la storia della salvezza: la sproporzione infinita tra la storia dei superbi e dei potenti, con i loro schemi, strategie e conflitti e la storia degli umili che, nella verità della loro esistenza, sono invitati da Dio ad essere fermento di trasformazione dell’umanità. Come veggenti della misericordia di Dio, i pastorelli renderanno visibile il messaggio che hanno accolto, attraverso le loro vite innocenti. Sono costituiti testimoni della presenza dell’amore di Dio, di questo Dio che è Amore (1 Gv 4,8), rendendo trasparente al mondo il Suo volto misericordioso; esso convertirà la loro vita in un riflesso di quella Luce che era lo stesso Dio, nella quale, all’ombra di un leccio, la Signora li aveva fatti vedere a se stessi (M 170).  

« E Gesù cresceva in sapienza, età e grazia davanti a Dio e agli uomini» (Lc 2,52)

Nati ad Aljustrel, piccola località della Parrocchia di Fatima, all’inizio del XX secolo, i fratelli Francesco e Giacinta e la loro cugina Lucia crescono in un ambiente familiare modesto, in una terra agreste, tranquilla e isolata. Non sapevano né leggere né scrivere, e poco conoscevano della geografia, della storia e del pensiero del mondo che si trovava al di là delle loro montagne . Avevano ricevuto un’educazione cristiana molto semplice, come ci si aspetterebbe dall’ambiente montano in cui vivevano. La mamma di Lucia aveva introdotto la figlia e i nipoti alla catechesi, ed è la stessa Lucia che, un po’ più grande dei cugini, racconterà loro le storie bibliche ed insegnerà le preghiere che aveva imparato dalla madre. Tuttavia, nonostante la semplicità della loro iniziazione cristiana, i genitori non mancarono di offrire loro un esempio di vita di fede impegnata: la partecipazione domenicale all’Eucaristia, la preghiera in famiglia, la verità ed il rispetto per tutti, la carità verso i poveri e i bisognosi. A sette anni Lucia cominciò a pascolare il gregge della famiglia. Dopo un po’ di tempo, sono i cugini che chiedono di accompagnarla, anch’essi custodendo il gregge dei loro genitori. I tre trascorrevano gran parte del loro tempo in collina con le pecore, distratti nella gioia della loro infanzia. Lucia era una bambina attenta all’amore di Dio. Anche se aveva solo sei anni, ricevendo per la prima volta il Corpo di Cristo, non esita a formulare la sua preghiera: «Signore, fammi santa, conserva il mio cuore sempre puro, soltanto per Te» (M 72). Il desiderio intimo di essere totalmente avvolta dall’abbraccio di Dio sarà il tratto costante del cammino che percorrerà. Francesco, per lo sguardo contemplativo con cui alimentava il silenzio interiore, toccava la natura come chi tocca la creazione e si lascia inondare dalla bellezza del Creatore. La pace che da lì assorbiva la trasmetteva ai suoi compagni, per i quali era segno di unione, anche nell’offesa e nella discordia. Si lasciava incantare dal sorgere e dal tramontare del sole, che era la sua "lampada" preferita, la «lucerna del Signore» (M 135). Giacinta preferiva la «lucerna della Madonna», la luna, che non feriva la vista. La piccolina seguiva da vicino la cugina Lucia, per la quale nutriva un grande affetto. Apprezzava  i fiori che la collina le offriva, cogliendo in essi tutta la gioia della primavera. Le piaceva ascoltare l’eco della sua voce in fondo alle valli, che le riinviavano ogni  Ave Maria che lei invitava a pregare. Abbracciava gli agnellini, li chiamava per nome e camminava in mezzo ad essi tenendone uno in braccio, «per fare come il Signore» (M 44). Vivevano con intensità, come solo i bambini sanno fare. Inoltre pregavano. I genitori avevano raccomandato loro di pregare il rosario dopo la merenda, cosa che non mancavano di fare, in modo molto singolare, passando i grani del mistero con la semplice evocazione delle ave-maria, per finire con un profondo e grave padre-nostro (M 43-44). La preghiera semplice di chi invoca un nome. Da questa persistenza di invocare il nome di Dio, anche con la fretta infantile di chi vuole giocare, germinerà il dono di una vita accolta ed offerta in sacrificio. E così, Lucia, Francesco e Giacinta crescevano in sapienza, età e grazia.

«Beati i puri di cuore perché vedranno Dio» (Mt 5, 8)

Quando un pomeriggio della primavera del 1916, dopo la loro semplice preghiera, i piccoli pastori videro, sopra gli alberi, «una luce più bianca della neve, in forma di un giovane trasparente, più brillante d’un cristallo attraversato dai raggi del sole »(M 165), niente avrebbe fatto supporre loro che quella luce in forma umana fosse l’araldo della Pace di Dio, che li avrebbe introdotti alla sua scuola di spiritualità e di preghiera. Fu così tanto inaspettato, che i piccoli pastori si sentirono rapiti nella contemplazione di quella luce immensa, immersi in un’atmosfera intensa, in cui la forza della presenza di Dio li «assorbiva e annichiliva quasi completamente »(M 167). Per tre volte li visiterà nella primavera e nell’estate del 1916, l’Angelo della Pace. Le sue parole, che si incidevano nell’intimo dei bambini «come una luce che faceva capire [loro] chi era Dio, come [li] amava e voleva essere amato»(M 166), parlano del cuore di Dio, un cuore attento alla voce degli umili, sui quali ha «disegni di misericordia». Quando insegna ai bambini a pregare, l’Angelo invita, prima di tutto, ad adorare quel cuore di Dio, da cui scaturirà la fede, la speranza e la carità: «Mio Dio, io credo, adoro, spero e Vi amo». L’invito dell’Angelo alla prostrazione rivela, agli occhi semplici dei bambini, che l’adorazione di Dio nasce da questo atteggiamento umile di sapersi accolti dall’amore originario del Creatore. Dall’adorazione sgorgherà l’offerta fiduciosa della fede, la speranza di chi si sa accompagnato e l’amore come risposta all’amore inaugurale di Dio, che porta frutti nella compassione e nell’attenzione verso gli altri. L’ultima manifestazione dell’Angelo rinnova l’invito all’adorazione e si dispiega con un appello a render grazie, a farsi Eucaristia e a diventare dono offerto per gli altri. L’Angelo invita i bambini ad adorare profondamente la Santissima Trinità, unendosi al sacrificio di Cristo nella riconciliazione di tutti in Dio (M 166-167). Poi offre loro il Corpo e il Sangue di Cristo, Dono essenziale, alla luce del quale essi saranno invitati ad offrirsi in sacrificio per tutti gli «uomini ingrati», per tutti coloro che non sanno vivere come chi ringrazia. Da quel momento, i pastorelli vivranno immersi in questo adorare Dio, con un desiderio discreto ma convinto di trasformare la loro vita in dono offerto al Creatore per gli altri. Questa è la loro vocazione.

 

«Pasci le mie pecorelle» (Gv 21,17)

Ed ecco che sorge l’invito inaspettato: «Volete offrirvi a Dio?» E’ con questa audacia che una Signora più splendente del sole, il 13 maggio del 1917, irrompe nella vita dei tre bambini alla Cova da Iria. Per sei mesi, ogni giorno 13, la Vergine Maria verrà a rinnovare tale invito, attraverso il quale i tre pastori saranno fatti umili testimoni del cuore di Dio, nella complessità di un mondo sofferente. «Volete offrirvi a Dio per sopportare tutte le sofferenze che Egli vorrà mandarvi, in atto di riparazione per i peccati con cui Egli è offeso e di supplica per la conversione dei peccatori?» (170 M) Il fiat spontaneo dei pastori, che «la Signora accolse [...] come la primizia del suo Messaggio»(CVM 36), è confermato dalla Vergine con una luce immensa che penetrò l’intimo dei bambini, facendo loro vedere se stessi «in quella luce che era Dio»(M 170). Questa luce, dalla quale saranno inondati anche in giugno, li preparerà ad accogliere il Segreto che sarà loro rivelato a luglio. In una successione di immagini svelate dalla Signora, i pastorelli comprendono che il cuore di Dio non è indifferente alla storia umana, che il peccato è indifferenza verso il cuore di Dio, che il cuore di Dio è misericordioso, ancora e sempre alla ricerca dell’uomo avviluppato nei suoi drammi e che coloro che accolgono la luce del cuore di Dio sono invitati ad associarsi, attraverso la preghiera e il sacrificio, alla Sua cura per l’umanità. Subito nel primo immergersi in questa luce, Lucia, Francesco e Giacinta, ancora assaporando gli echi della profondità che hanno sperimentato, si accordano per non dire nulla di ciò che è accaduto. Ma Giacinta è presa dalla bellezza della Signora e la sua gioia è tale che non riesce a contenerla solo per sé. Lei è la prima messaggera di questa gioia divina, appena scoperta, che la Signora comunicava. E come i discepoli di Emmaus (Lc 24,32), che davanti al mistero pasquale avevano sentito ardere il cuore nel petto, confessa agli amici: "Ma io avevo qui dentro qualcosa che non mi permettava di star zitta" (M 45). La notizia delle manifestazioni della Signora del Rosario presto farà il suo cammino. E se il numero di coloro che giungono, pellegrini, alla Cova da Iria non cesserà di aumentare, i piccoli dovranno molto soffrire per mano di coloro che dubitavano o che gli si opponevano. Già nel primo incontro, confermando il fiat dei bambini, la Signora li aveva avvisati che avrebbero dovuto soffrire molto. Allo stesso modo dei profeti (Ger 1,19), la vocazione dei bambini accoglie la sofferenza come parte integrante della loro missione. Saranno molti ad accusarli di frode o di ambizione. Le stesse famiglie dei bambini, tranne forse il padre di Francesco e Giacinta, temono che essi stiano diffondendo una menzogna e sono in ansia per la loro vita. In casa e ovunque sono sottoposti a incontri e a interrogatori incessanti ed estenuanti. Ma la prova più grande sarebbe arrivata il 13 agosto. La mattina di quel giorno, i bambini sono sorpresi dalla visita del sindaco del Comune di Ourem, conosciuto massone e libero pensatore. Dopo averli interrogati in casa loro e nella canonica, volendo a tutti i costi che gli rivelino il segreto che essi insistono a non rivelare, il sindaco si propone astutamente per accompagnarli alla Cova da Iria, portandoli, tuttavia, a casa sua a Ourém. Lì continua a far pressione sui piccoli affinchè  rivelino il segreto, arrivando a metterli per qualche tempo in una cella con altri detenuti e a minacciarli di farli friggere nell’olio. La risposta innocente di Francesco irradia pace e gioia: «Se ci ammazzano, come dicono, fra poco saremo in Cielo! Che bello! Non m’ importa niente »(M 144). Riconsegnati ai genitori il 15 agosto, torneranno ad incontrarsi con la Bianca Signora il giorno 19, a Valinhos, ed in settembre e ottobre, alla Cova da Iria. Una grande moltitudine si raduna in questo ultimo incontro – assetati di Dio o semplici curiosi – ed è testimone di un segno, come la Signora aveva promesso. Ma per i piccoli, Lucia, Francesco e Giacinta, l’ultimo incontro diventa una permanente evocazione d’essere stati chiamati a fare della loro vita una benedizione (Gen 12,2).

 

«Vi darò pastori secondo il mio cuore» (Ger 3,15)

La vita dei piccoli pastori non cessò mai d’essere ritmata dal cuore di Dio. Il fiat dato alla Signora più splendente del sole veniva costantemente rinnovato dal desiderio innocente di Lucia, Francesco e Giacinta di attualizzare, nella loro vita, l’innamoramento di Dio. La presenza di Dio diventa, per i bambini, terreno sacro e, come Mosè a piedi nudi davanti al roveto ardente (Es 3,2-12), la loro intimità è convertita in una prostrazione alla presenza di quella luce interiore, che è Dio, che arde senza bruciare. E’ questo il segreto ineffabile che li anima. Questo Roveto Sacro che arde loro nel petto, li risveglia, come una volta accadde a Mosè, alla missione di prendersi cura di coloro che vivono nella schiavitù del peccato e dell’ingratitudine. E così, davanti a tutti gli altri, sono presenza della luce di Dio e, davanti a Dio, sono mediatori a favore di tutti gli altri. Le loro vite si trasformano in un’offerta costante di tutto ciò che sono e fanno – pur insignificante che sia - per amore a Dio e ai peccatori. La vita di Francesco, Giacinta e Lucia assume questa vocazione inseparabilmente contemplativa, compassionevole e annunciatrice. Ma ciascun dei bambini assumerà con maggiore rilevanza la specificità della sua chiamata. Francesco, mosso dal suo sguardo interiore sensibile alla luce dello Spirito, si sente chiamato all’adorazione e alla contemplazione. Si rifugiava dietro una roccia o sulla cima di un monte per pregare da solo. Altre volte ancora, stava lunghe ore nella chiesa parrocchiale, nell’intimità del silenzio, a tenere compagnia a Gesù nascosto. Lì rimaneva a pregare e pensare a Dio, assorto nella contemplazione del mistero insondabile di Colui che viene incontro all’uomo. Francesco, e solo lui, con lo sguardo del suo cuore, scopre la tristezza di Dio di fronte alle sofferenze del mondo, soffre con essa e desidera consolarLo (M 145). Il piccolo pastore, che non aveva sentito l’Angelo e la Signora, soltanto li aveva visti, è il più contemplativo dei tre pastori. In tal modo si evidenzia che, nella vita di questo bambino, la contemplazione nasce dall’ascolto attento del silenzio che parla di Dio, del silenzio in cui Dio parla. L’atteggiamento contemplativo di Francesco è quello di lasciarsi abitare dall’ indicibile presenza di Dio - «Io sentivo che Dio stava in me, ma non sapevo come era!» (M 138) - ed è questa presenza che deve essere trasfigurata in accoglienza orante dell’altro. In Francesco si scopre una vita di contemplazione. La piccola Giacinta esprime la gioia, la purezza e la generosità della fede, accolta come offerta del cuore di Dio e trasformata, nelle piccole cose della sua vita semplice di ragazzina, in dono gradito al cuore di Dio (Rm 12,1) in favore dell’umanità. La forza con cui la luce divina fece irruzione nella sua vita di bambina, l’afferra definitivamente con un dinamismo nuovo, che le fa desiderare ardentemente di condividere la sua gioia. La purezza del suo cuore gioioso anelerà a che tutti possano assaporare, grati e puri, la presenza e la gioia del cuore di Dio. Questa ansia di condividere l’amore ardente che provava per i cuori di Gesù e di Maria la faceva crescere nella sua cura verso i peccatori. Tutti i piccoli dettagli della sua giornata di pastora, tutti i disagi degli interrogatori senza fine a cui era soggetta, tutte le contrarietà della sua malattia, erano motivo di offerta a Dio per la conversione dei peccatori. Altre volte, condivideva con i poveri la sua merenda, offrendo il suo digiuno in sacrificio, come segno del dono della sua vita tutta per amore di Dio e dell’umanità. Questo pregare e soffrire per amore «era il suo ideale, era ciò di cui parlava» (M 60). Questa era la sua gioia, quella di vivere immersa nell’amore di Cristo sofferente, al modo di San Paolo: «Sono lieto delle sofferenze che sopporto per voi e completo nella mia carne quello che manca ai patimenti di Cristo, a favore del suo corpo che è la Chiesa»(Col 1,24). Il fuoco che portava nel petto si irradiava e non avrebbe smesso di espandersi fino a contagiare, per la dinamica teologale della preghiera e del sacrificio, tutti gli uomini e le donne, in particolare gli uomini ingrati, cioè tutti coloro che non accolgono la Grazia. La vocazione di Giacinta è  la compassione. Lucia accoglie la missione di evangelizzare, di far conoscere la buona novella della misericordia di Dio, rispondendo al desiderio del Dio della misericordia di consacrare il mondo al Cuore Immacolato di Maria (M 173). Presto Lucia comprende che al centro di questa devozione al Cuore Immacolato c’è la forza trasformante della misericordia di Dio. E lì scopre la sua vocazione di essere memoriale della «grandezza delle Misericordie Divine» (M 186). In modo simile ad Israele, chiamato ad essere luce delle nazioni (Is 49,6), la vita di Lucia si converte in una testimonianza vivente dei disegni di misericordia che Dio ha nei confronti dell’umanità. Dalla sua umile vita di pastora alla clausura della sua consacrazione religiosa, Lucia è la testimone che si spegne affinchè brilli incessantemente la luce del Segreto del Dio della misericordia, già definitivamente rivelato dal Figlio e ricordato a Fatima. In lei si intravede la testimone fedele di un dono accolto e offerto al mondo.

 

«Ti benedico, o Padre, perché hai rivelato queste cose ai piccoli »(Mt 11,25)

Le vite di Francesco e Giacinta furono brevi e semplici. Hanno vissuto soltanto di Amore e per Amore che si rivelava loro nella luce offerta dalle mani della Signora tanto bella. E questo era tutto. Alla fine del 1918, Francesco e Giacinta sono colpiti da un’epidemia bronco-polmonare. La Signora aveva assicurato loro che di lì a poco sarebbero andati in Cielo e perciò i bambini compresero che si avvicinava la loro ora. Francesco morirà il 4 aprile del 1919 nella sua casa, ad Aljustrel e Giacinta il 20 febbraio del 1920, da sola, in un ospedale di Lisbona. Il ragazzo aveva dieci anni. La sorella ne aveva nove. La sofferenza di entrambi, durante i mesi di malattia, fu accettata come un dono di sé per i peccatori, per la Chiesa, per  la storia travagliata degli uomini e delle donne, che essi amarono fino alla fine. Quando, un giorno, la Signora apparve di nuovo a Giacinta per annunciarle che, dopo aver sofferto molto, sarebbe morta sola, in un ospedale a Lisbona, e che la stessa Signora sarebbe andata a prenderla per portarla in Cielo, Giacinta esclama, piena di innocenza e maturità: «O Gesù, adesso puoi convertire molti peccatori, perché questo sacrificio è molto grande» (M 62). Chi avrebbe immaginato che vite tanto brevi e semplici fossero capaci di tanto amore? Lucia sarà ancora testimone di un secolo che ha sete di Dio - della sua Grazia e Misericordia - perché troppo avviluppato in stratagemmi di dominio e di violenza. Come memoriale delle grazie di Dio, ella continuerà ad annunciare la vocazione del Cuore Immacolato come cammino attraverso il quale Dio riscatta l’Uomo con il Suo amore. Il dialogo inaugurato alla Cova da Iria continuerà ancora con questa donna consacrata, una volta pastorella, che diventa veggente della presenza di Dio-mistero-di-comunione nei drammi del mondo e araldo della vita piena che Egli offre. Non smetterà di ripetere le richieste della Signora vestita di bianco: la conversione che si ottiene attraverso l’adorazione di Dio, la preghiera del Rosario che medita la vita di Cristo, la consacrazione al Cuore Immacolato di Maria - questa donna singolare che inaugura un modo d’essere alla luce del Figlio - , la riparazione attraverso i Primo Sabati - questi sabath consacrati a Dio che evocano la liberazione promessa. Lucia vedrà anche la Chiesa confermare che il Segreto lasciato a Fatima è eco del Vangelo. E che, alle soglie di un nuovo millennio, la vita dei suoi cugini, piccoli bambini montanari visitati da Dio, indica a tutta la Chiesa un modello di credente aperto ai disegni di misericordia e, proprio per questo, essi sono beati. Al termine di questo intenso percorso spirituale, Lucia è definitivamente accolta dalla luce di Dio il 13 febbraio del 2005. I pastorelli vissero intensamente la passione di Dio per l’umanità. E, così, furono costituiti profeti dell’amore di Dio e offerti per Lui al mondo come bambini-pastori secondo il suo cuore (Ger 3,15).

Fatima: chiusa l'inchiesta diocesana sulle virtù eroiche di suor Lucia
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