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Trump e il trumpismo. E' la vittoria dei "perdenti della globalizzazione"

Quali sono le ragioni sociali ed economiche, non comprese dalle élite politiche, che sono dietro la vittoria di Trump negli Stati Uniti, dei populismi e razzismi in Europa? Quali misure per arginare le disuguaglianze sociali, contrastare gli "hate speech" e salvaguardare la democrazia? Il parere dell'economista Leonardo Becchetti.

Trump e il trumpismo. E' la vittoria dei "perdenti della globalizzazione"

Come le disuguaglianze sociali all’interno dei Paesi hanno contribuito alla vittoria di Donald Trump negli Stati Uniti e stanno rafforzando i populismi in Europa? Lo abbiamo chiesto a Leonardo Becchetti, ordinario di economia politica all’Università di Roma Tor Vergata, coautore di “Povertà” (Città nuova, 2016), una guida per comprendere le cause strutturali di una “economia che uccide” e “produce scarti umani”, rischiando di travolgere anche la democrazia.

Quali sono le cause strutturali delle disuguaglianze?

Il progresso tecnologico concentra la ricchezza nei proprietari delle nuove scoperte. Poi con la globalizzazione si approfondiscono le distanze tra chi ha più e chi ha meno qualifiche. Questi ultimi competono con i lavoratori a basso costo, quindi i salari non salgono mentre chi ha più qualifiche può vendere in tutto il mondo. Poi i sistemi fiscali sono diventati sempre meno progressivi negli ultimi decenni. L’insieme di questi fattori spiega le disuguaglianze. Ma la risposta dei populisti ad un malessere che esiste è totalmente sbagliata. La risposta non è la chiusura delle frontiere e il conflitto con i Paesi vicini. Come non è la risposta il muro del Messico (è solo propaganda), né l’ostilità nei confronti dei migranti, che in Italia stanno risolvendo il problema demografico e di alcuni tipi di lavoro. Nonostante gli italiani siano disoccupati, è rarissimo trovare un badante italiano.

La forbice tra ricchi e poveri è destinata ad allargarsi ancora?

No, è  vero che c’è una polarizzazione ma non c’è nessun destino ineluttabile. Già adesso la globalizzazione sta riducendo la disuguaglianze tra Paesi ricchi e poveri – i Paesi poveri stanno crescendo più dei ricchi – e si è cominciata a vedere una piccola inversione delle disuguaglianze all’interno dei Paesi. Ma è chiaro che crescono o decrescono a seconda delle politiche fiscali. Se rendo la tassazione più progressiva la disuguaglianza si riduce. Oggi è fondamentale redistribuire la ricchezza. La ricchezza si polarizza perché oggi chi è monopolista della rete ha profitti sul mercato mondiale: Facebook, Twitter, le varie economie di sharing. Se riuscissimo a far pagare le tasse alle grandi imprese del web il problema lo risolveremmo. Non è un male in sé che ci siano degli innovatori che producono ricchezza. Il vero male è che non riusciamo a fargli pagare le tasse.

Qual è dunque la sua spiegazione alla vittoria di Trump?

Ci sono due spiegazioni, una economica e l’altra mediatica. Per quella economica dobbiamo pensare a un famoso grafico a zampa d’elefante di uno dei più grandi studiosi di distribuzione del reddito, che spiega

i vincenti e i perdenti della globalizzazione. La parte dei perdenti è concentrata nelle classi medio-basse dei Paesi ricchi,

perché devono competere con i lavoratori dei Paesi emergenti, che poi subiscono la concorrenza dei flussi migratori e dei lavoratori a basso costo. Tutto questo rende questa fase della globalizzazione meno politicamente sostenibile. Poi c’è anche

l’innovazione tecnologica

che sta eliminando tutta una fascia di lavoratori intermedi e mette in difficoltà la classe media. Ci sono dei fattori economici importanti che andrebbero affrontati in modo diverso: intanto con un reddito di cittadinanza inclusivo, con una lotta all’evasione fiscale e un sistema fiscale molto più progressivo. A questo si somma la “bolla mediatica”, cioè tutto il problema delle “post-verità”: c’è una tendenza all’emotività, a far circolare notizie false, con una facilità dei candidati populisti di promuovere mari e monti agli elettori che ci credono.

Si fanno circolare in rete informazioni assolutamente false, che aiutano i candidati populisti.

Questo non vuol dire che dobbiamo abbandonare i social media, proprio il contrario: dobbiamo presidiarli. E’ fondamentale per chi è credente essere presente e non consegnare questi luoghi – sempre più importanti per la definizione del consenso – all’hate speech. Abbiamo una missione fondamentale che è quella di stare sui social network per intervenire e contrastare questo modo di fare opinione.

Questi voti sono spesso espressione di un disagio e di una protesta. Cosa non capiscono le élite politiche?

Le classi medio-basse hanno perso terreno e la poca ricchezza creata in questi ultimi decenni è andata ad appannaggio delle classi più ricche.

Le élite politiche usano indicatori sbagliati per misurare il benessere, perché guardano solo ai decimali del Pil e non si rendono conto che la soddisfazione e il benessere dei cittadini si gioca su altre variabili,

anche se economicamente la variabile fondamentale è il reddito familiare, che non c’entra niente con il Pil. Cito il caso dell’Irlanda, dove il Pil è aumentato di 6 punti percentuali ma il governo ha perso le elezioni: perché era un Pil falso, con tanta elusione fiscale. Se andiamo a verificare, le famiglie irlandesi che votano per la maggioranza hanno peggiorato il loro benessere. C’è un problema delle élite che si chiudono in questi mondi senza andare a guardare i dati che dovrebbero vedere.

Quanto ha contribuito alla vittoria di Trump il fatto di essere miliardario, uno di quell’1% che detiene la maggiore ricchezza del pianeta?

Noi italiani questa situazione la conosciamo perché abbiamo avuto Berlusconi. E’ strano ma a volte le classi in difficoltà, invece di premiare i candidati progressisti che vorrebbero promuovere un fisco più equo, si innamorano del regnante di turno, si identificano nel miliardario e proiettano su questa figura la loro possibilità di riscatto. Sembra quasi di essere tornati al passato, quando i poveri erano contenti se il re era felice.

Vista questa situazione poco chiara a livello internazionale come vede il futuro socio-economico dell’Italia?

Si possono promettere mari e monti ma bisogna anche fare i conti con la realtà. Con fatica l’Italia sta raggiungendo un tasso di crescita dell’1%. Sappiamo che si deve fare di più per migliorare e ci sono le vie: migliorare nella capacità di attrarre investimenti, nella riduzione dei tempi della giustizia civile, incompatibili con l’attività economica; nella lotta all’elusione fiscale. La verità è che il progresso economico e sociale è una cosa molto prosaica. Richiede fatica e con molta fatica si fanno piccoli passi. Oggi gli imbonitori promettono mari e monti però il risveglio sarà molto doloroso.

C’è una cura contro gli imbonitori?

Secondo me la migliore cura contro gli imbonitori sono due o tre anni di governo degli stessi. Purtroppo non sembra esserci cura preventiva. Oggi vedendo al governo la May o Trump la gente si renderà conto. Spero che non producano danni ma in un mondo dove la maturità dell’opinione pubblica è sempre peggiore lo sfidante ha gioco facile. E’ facile promettere qualunque cosa se i cittadini non sono in grado di esercitare lo spirito critico nei confronti degli sfidanti. L’unica cosa è che governino un po’ e la gente si renda conto che sono persone normali come tutti noi.

L’ondata del trumpismo arriverà anche in Europa?

Può darsi che vedere la normalità o gli infortuni dei populismi in altri Paesi possa rendere più saggi anche gli altri. Io spero ancora che gli italiani siano più saggi, anche se non ne sono convinto. In fondo il “Trump di casa nostra”, che sarebbe Salvini, per ora non ha tanti voti. Dobbiamo saper usare l’ironia, scendere in campo, sui social e sui media, per irridere le strategie degli imbonitori. Imparare le insidie dei social ed evitare che siano usati in maniera strumentale da chi ha obiettivi diversi.

Fonte: Sir
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