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Essere famiglia oggi

Giuseppina De Simone affronta i problemi della scelta e dell’amore

Solo attraversando l’incertezza e assumendone la fatica, può emergere veramente il nuovo intorno a noi e in noi stessi”.
Giuseppina De Simone, docente alla Facoltà Teologica di Napoli, affronta un discorso tra i più difficili, se non il più, in questo tempo di velocità anche nei rapporti umani: l’affettività e la cura dell’altro, il che vuol dire anche la possibilità di una famiglia fondata su quella cura. E ce lo mette di fronte senza più la mediazione di due antiche immagini della scelta familiare cristiana: quella felice, sprizzante gioia e soddisfazione da tutti i pori o quella, antitetica, di un nucleo numeroso, tristemente preso dai problemi della quadratura del bilancio, tutto fatica, sudore e lacrime. Finalmente un libro come “La fedeltà dell’aver cura. Essere famiglia oggi” (edizioni Ave, 142 pagine) mette puntini ben visibili sulle i e inizia – era ora – a delineare le nuove dimensioni dell’affettività, dell’amore, della cura e del metter su famiglia nell’età post-web. Il che significa né sorrisi a trentadue denti spalancati sulla macchina fotografica né musoni da famiglia penitenziale e autopunitiva. Significa la realtà. De Simone affronta infatti la prima reale, viva e irrinunciabile scelta di un discorso cristiano sul mondo, vale a dire l’accettazione dello stato delle cose, la volontà di migliorarlo e la ricerca di una possibilità concreta di andare incontro alla sofferenza di chi tenta una dimensione comunitaria, familiare nel qui, nell’ora o nel domani. Questa capacità di “fotografare” la realtà è assolutamente necessaria, perché rende finalmente credibile la proposta di fare un cammino di fede, e non solo di terrestre amore, in una società frammentata e nello stesso tempo fin troppo omogenea.
L’autrice si rende conto delle difficoltà di un discorso di fede e d’amore profondo oggi, e la prende da vicino, facendo salati e documentati conti con la solitudine, la ricerca del piacere a tutti i costi, la tendenza a scambiare sentimentalismo ed emozione per amore costruttivo. E, come è naturale, partendo da giuste premesse, anche le proposte sono credibili.
Si affrontano i problemi legati alla scelta affettiva partendo dalla consapevolezza vissuta della difficoltà alla fedeltà, ad esempio, in un mondo in cui se una cosa va male ecchecivuole, eccone pronta un’altra, più nuova, più splendente. Anche se poi non si tratta di una cosa, ma di una persona. Finchè dura.
Il dramma dell’infedeltà e quello ad essa legato della crisi, dell’abbandono, non è più interpretato moralisticamente, ma visto come qualcosa che accade e con cui – cristiani e non – devono fare i conti. E non a caso viene ripreso il tema, caro al filosofo italo-tedesco Romano Guardini, della cura dell’altro e della accettazione dello scorrere del tempo. De Simone giustamente afferma che questo significa accettazione anche di sé, il sé che cambia, che sbaglia, che invecchia che “tradisce” le aspettative e i progetti di una vita. L’accettazione è la base della cura. L’uomo che accetta di invecchiare lascia passare l’energia divina che lo attraversa senza bloccarla con nevrosi e rifiuti, il giovane impara ad apprezzare l’insegnamento del “vecchio”, perché quel vecchio ha imparato a curare sé prima dell’altro, se per cura di sé si intende, come direbbe Paul Ricoeur, qui citato, il saper narrare e l’accettare di essere narrato come dimensione dell’uomo.
Solo a partire da questo sì ai limiti, alle possibilità di fallimento, alle difficoltà del camminare assieme che pongono le cattive sirene della commercializzazione dell’umano e quindi della sua interscambiabilità, solo tenendo conto della sofferta ma anche gioiosa accettazione dei limiti nostri e altrui, si possono accettare la fedeltà e la cura di sé e degli altri.

Fonte: Sir
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