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Disoccupazione: quali i criteri di misurazione? L’analisi della Bce

La conclusione della Banca centrale europea è piuttosto chiara: “Combinando le stime dei disoccupati e dei sottoccupati con misure più ampie di disoccupazione emerge che l’eccesso di offerta nei mercati del lavoro interessa attualmente circa il 18% della forza lavoro estesa dell’area dell’euro. Questo grado di sottoutilizzo è quasi doppio rispetto a quello catturato dal tasso di disoccupazione”. In Italia sfiora addirittura il 25%.

Disoccupazione: quali i criteri di misurazione? L’analisi della Bce

Le statistiche segnalano movimenti positivi sul fronte del lavoro che vanno ovviamente registrati con favore. Ma quella che anche il governatore della Banca d’Italia, Ignazio Visco, ha recentemente definito la “questione centrale” per il nostro Paese, rappresenta un terreno in cui la sfasatura tra la percezione collettiva e le rilevazioni ufficiali assume una dimensione particolarmente vistosa.

La sensazione, a dirla senza giri di parole, è che la disoccupazione sia molto superiore a quella che viene misurata dalle statistiche.

L’elemento di novità è che la pensa in modo simile anche la Banca centrale europea, stando al bollettino economico diffuso l’11 maggio scorso, un documento che ha avuto pochissima eco sui mezzi di comunicazione. Intendiamoci, non è che la Bce accusi gli istituti di statistica (l’Eurostat a livello continentale, l’Istat in Italia) di truccare i dati o di sbagliare i conti. Il problema sono i criteri di misurazione e, in ultima analisi, il concetto stesso di disoccupazione.

Ma procediamo con ordine. Pochi giorni fa l’Istat ha comunicato che in Italia il tasso di disoccupazione nel mese di aprile è diminuito rispetto a marzo e si è attestato sull’11,1%. Si tratta del miglior dato dal settembre 2012, inferiore anche alle previsioni elaborate dall’Istat per il 2017 (11.5%) e diffuse una decina di giorni prima. Il tasso di disoccupazione giovanile, invece, ad aprile è rimasto al 34%, invariato rispetto a marzo. Ancora una volta l’aumento dell’occupazione si è tutto concentrato tra gli ultracinquantenni. A sua volta anche l’Eurostat ha comunicato i dati al suo livello, segnalando che nei Paesi dell’euro la disoccupazione è scesa al 9,3%, il livello più basso dal marzo 2009, quando la crisi era ancora agli inizi. L’Italia, però, con il suo 11,1% è sopra la media e si colloca quart’ultima nell’eurozona. Va ancora peggio sul versante della disoccupazione giovanile, laddove il tasso medio è del 18,7% e l’Italia con il suo 34% è superata solo da Spagna e Grecia.

Questi gli ultimi dati, recentissimi. Ma la Bce, dicevamo, nel bollettino di maggio ha provato a fare dei conteggi diversi.

La sua ipotesi di partenza è che il tasso di disoccupazione si basi su “un’accezione piuttosto ristretta di sottoutilizzo della manodopera” e che quindi “potrebbe tuttora persistere un alto grado di sottoutilizzo della manodopera, ben superiore al livello suggerito dal tasso di disoccupazione”. La Bce calcola che “al momento, circa il 3,5% della popolazione in età lavorativa dell’area dell’euro è connessa in misura marginale alle forze di lavoro, ossia rientra nella categoria degli inattivi ma semplicemente partecipa in modo meno attivo al mercato del lavoro”. A questo dato bisogna aggiungere che “un ulteriore 3% della popolazione in età lavorativa è attualmente sottoccupata”. La Bce, naturalmente, argomenta in modo adeguato alla complessità delle questioni in campo, ma la conclusione a cui arriva è piuttosto chiara: “Combinando le stime dei disoccupati e dei sottoccupati con misure più ampie di disoccupazione emerge che l’eccesso di offerta nei mercati del lavoro interessa attualmente circa il 18% della forza lavoro estesa dell’area dell’euro. Questo grado di sottoutilizzo è quasi doppio rispetto a quello catturato dal tasso di disoccupazione”. In Italia sfiora addirittura il 25%.

La stessa Bce invita a interpretare le sue misure “con una certa cautela”. Ma anche depurandole dei fattori che potrebbero portare a sovrastimare alcuni elementi, il “sottoutilizzo” dei lavoratori nei Paesi dell’euro risulterebbe nell’ordine del 15%, contro un tasso di disoccupazione di poco superiore al 9%. Colpisce, peraltro, che pur muovendo da premesse esclusivamente economiche e utilizzando un lessico tecnico che può persino suonare brutale (il “sottoutilizzo della manodopera”), la Bce individui un’area problematica molto più ampia della mera mancanza di occupazione. Un’analisi che intercetta in modo sorprendente le riflessioni di tutt’altra matrice che convergono sulla necessità di un lavoro degno e adeguato come esigenza ineludibile della persona e della comunità umana.

La Banca centrale europea si sofferma anche sull’emergenza lavoro tra i giovani e afferma che “gli altissimi livelli di disoccupazione giovanile raggiunti durante la crisi riflettono sia l’intensità di quest’ultima sia un tasso di disoccupazione tra i giovani relativamente alto già nel periodo precedente alla crisi”. E questo vale soprattutto per l’Italia. Alla metà degli anni Novanta – ricorda uno studio dell’Istat – il tasso di disoccupazione giovanile nel nostro Paese era già intorno al 30%, il più alto in ambito europeo insieme a quello spagnolo. E alla vigilia della crisi, proprio in corrispondenza del minimo toccato nel 2007 (20,3%) il tasso italiano era comunque cinque punti sopra la media europea. Evidentemente il fenomeno ha radici strutturali, che riguardano sia l’andamento demografico – un’eccellenza negativa italiana – che l’assetto del sistema formativo e produttivo.

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