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Commercio d’armi e corruzione: la Chiesa africana rinnova le critiche

Commercio di armi, sospetta corruzione e altissimi costi finanziari e umani per le popolazioni si sono intrecciati molte volte in Africa. I casi di Sudafrica, Ciad e Nigeria. Le critiche dell’episcopato locale.

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Commercio d’armi e corruzione: la Chiesa africana rinnova le critiche

“Chiedano scusa pubblicamente alla nazione, specialmente ai parenti di chi è morto a causa della decisione del governo di spendere più per equipaggiamenti militari che per i farmaci antiretrovirali”. È ai funzionari del governo di Pretoria responsabili dell’importazione di armi, che i vescovi sudafricani hanno rivolto a fine aprile questa richiesta, dopo la conclusione di un’inchiesta parlamentare su quello che è stato definito “il più grande scandalo di corruzione” nella storia del Paese. La commissione incaricata dalle autorità d’indagare sugli accordi stipulati a fine anni ‘90 per il riarmo dell’esercito (noti in Sudafrica semplicemente come “the Arms Deal”), ha sostenuto di non aver trovato prove sufficienti per parlare di corruzione, ma varie organizzazioni della società civile ne hanno contestato le conclusioni.

Errore etico. Critici sono stati anche i vescovi: “è importante ricordare che nel momento in cui il governo spendeva miliardi di rand in armamenti, al nostro popolo veniva detto che il Paese non poteva permettersi farmaci antiretrovirali”, essenziali alla sopravvivenza dei malati di Aids, ha notato commentando il verdetto il vescovo di Kimberley, Abel Gabuza, responsabile della Commissione episcopale giustizia e pace. “È per questo – ha continuato – che insistiamo a sostenere che quell’accordo sulle armi è stato un grave errore etico”. Il caso sudafricano, anche per l’enormità della cifra in gioco (quasi 5 miliardi di dollari del tempo) e le accuse di corruzione, riporta inevitabilmente alla mente le parole, tante volte ribadite da Papa Francesco, sull’immoralità della corsa agli armamenti, i cui risvolti spesso poco chiari sono pagati innanzitutto dai cittadini. Un punto, questo, ricordato anche da mons. Gabuza: “La minaccia più grande alla nostra sicurezza nazionale sono le disuguaglianze economiche e la disoccupazione giovanile che alimentano proteste violente”, ha sostenuto il presule.

Importazioni aumentate. L’esempio sudafricano non è l’unico in questo senso in Africa, continente che, secondo i dati dell’organismo specializzato Stockholm International Peace Research Institute (Sipri), tra 2011 e 2015, ha aumentato le importazioni di armi del 19% rispetto ai cinque anni precedenti. Emblematico è il caso del Ciad, dove il riarmo si è intrecciato con la scoperta di importanti giacimenti petroliferi nel nord del Paese: per finanziare la guerra contro le formazioni ribelli a lui ostili, il presidente della repubblica Idriss Déby è arrivato a chiedere – e a ottenere dal Parlamento, nel 2006 – la modifica della legge che imponeva di destinare parte dei proventi del greggio a politiche di sviluppo e a un fondo in favore delle generazioni future. La Banca mondiale, che aveva contribuito a ispirare la norma precedente e promosso lo sfruttamento dei giacimenti petroliferi, riconobbe in una relazione che “i guadagni ottenuti dal petrolio erano andati di pari passo con il conflitto civile e il peggioramento della governance”. Anche i vescovi del Paese si pronunciarono, nel loro messaggio di Natale del 2009, sulla questione, sostenendo che “il flusso di denaro generato dal petrolio, invece di risolvere i nostri problemi di sviluppo, ha causato corruzione, favoritismi e il trasferimento di fondi pubblici nella totale impunità”.

Cause comuni. Corruzione e acquisto di armi sono anche gli elementi che in Nigeria hanno portato al processo di alcuni ex funzionari di governo accusati di essersi impadroniti di denaro ufficialmente stanziato per armare l’esercito impegnato a combattere Boko Haram. La somma complessiva, secondo il governo di Abuja, supera i due miliardi di dollari e la stessa Chiesa cattolica ha preso posizione sulla vicenda. “La nostra incapacità di affrontare adeguatamente l’insurrezione dei terroristi – ha dichiarato all’inizio dell’anno il cardinale arcivescovo di Abuja, John Onaiyekan – è stata strettamente legata all’imponente e criminale corruzione nel sistema”. Anche in presenza di effettive minacce per la sicurezza, ha sottolineato l’arcivescovo, è importante insistere per la trasparenza di tutte le operazioni. Corruzione e insicurezza, ha infatti sostenuto, hanno le stesse cause e “da questo punto di vista non dobbiamo sottostimare l’importanza delle armi spirituali, perché le sfide che dobbiamo affrontare hanno profonde radici morali”.

Fonte: Sir
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